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Qualche dubbio sul referendum di Bologna

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Quando ti trovi davanti a questo quesito: “sei per la scuola pubblica o privata”, cosa rispondi? Pubblica, ovvio. Anche perché è talmente indecente il livello di (mal)trattamento subìto negli anni da insegnanti, ragazzi e famiglie della scuola pubblica, da gridare vendetta.

Quindi quando ho letto che nel referendum bolognese aveva vinto lo stop ai finanziamenti pubblici alle private, per un attimo ho gioito. Poi, mi sono informato. E mi sono venuti alcuni dubbi che condivido con voi. 

Pochi hanno spiegato che si tratta non della scuola dell’obbligo (di esclusività dello stato), ma di materne ed asili. Grazie ad un efficiente sistema integrato, Bologna ha da venti anni una percentuale di copertura dei bambini molto più alta delle altre città, con un sistema pubblico molto forte, aiutato in minima parte dal privato.

Il comune di Bologna spende 36 milioni di euro per 70 scuole materne comunali (5300 posti), alle quali si aggiungono 25 statali (1600). Un milione di euro invece è destinato, attraverso convenzioni che stabiliscono una precisa qualità dell’offerta formativa, a 27 scuole paritarie private. Frequentate da 1730 bambini.

Non serve un matematico per capire che se si toglie quel milione di euro, molti meno bambini e molte meno famiglie potrebbero accedere alle materne, con le condizioni attuali. La mia paura, insomma, è che si sia fatta una battaglia per un principio giusto sul terreno sbagliato. Proprio perché un comune difficilmente può permettersi di gestire autonomamente, soltanto con il proprio bilancio, la stessa percentuale di servizi coperti adesso.

Si potrebbe obiettare: ma lo Stato (pur non essendo – ripeto – scuola dell’obbligo) dovrebbe intervenire mettendoci più risorse. Vero, verissimo, sottoscrivo. In una società più evoluta di questa, sì. Ma il problema è qui e ora. E adesso un sistema che funzionava, dovrà reinventarsi. Ed il rischio che a rimetterci siano i bambini, è alto.

Sarà che l’occhio dell’amministratore ti impone di vedere tutto secondo un’ottica ben precisa: come aumentare la quantità e la qualità dei servizi ai cittadini spendendo meno risorse possibile. Molto meno affascinante di una battaglia sui diritti, ma forse molto più vicina alla vita delle persone.

PS: Qui, i numeri de il Post, che fa un resoconto dettagliato della vicenda.

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