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Il Pd e il volo del calabrone (un post vagamente ottimista)

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Stamani un post ottimista per i compagni depressi. In fin dei conti è quasi agosto.

Si dice che secondo le leggi della fisica, il calabrone non potrebbe volare: “la struttura alare del calabrone, in relazione al suo peso, non è adatta al volo, ma lui non lo sa e vola lo stesso”.

Allo stesso modo, secondo i commmenti degli editorialisti della stampa, secondo i giudizi apocalittici della rete, le auotoanalisi spietate di noi militanti severi, il Pd non dovrebbe essere probabilmente il primo partito d’Italia, e amministrare (abbastanza bene) la quasi totalità dei comuni…

Il momento non è felice, si sa, non voglio cancellare contraddizioni, errori, timidezze o conservatorismi che vanno disincrosatati (e spero che un congresso vero, aperto e schietto ce ne dia la possibilità), ma alla fine forse siamo meno peggio di quanto pensiamo. Meno disastrosi della ressa di voci rancorose che ci parla sopra.

E nonostante che tutte le leggi fisiche siano contro di noi, alla fine, un po’ goffamente, possiamo ancora volare.

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Perché continuare ad ingoriare rospi? Cuciniamoli!

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Cara amica ed amico elettore del Pd, perché continuare ad ingoiare l’ennesimo rospo per salvare un governo con Alfano-Lorenzin di fronte all’ennesima scelta indigeribile? Anche sul caso kazako, perché disperarsi tanto e patire nell’ingoriare il simpatico anfibio di mota, quando cucinandolo con una deliziosa ricetta, magari ci piace pure? Ecco degli agili consigli.

Bucatini di Rospo in salsa Kazaka “alle larghe intese”:

  • 101 grammi di pasta di grano duro “alla traditora”
  • stracotto di mortadella emiliana
  • due pizzichi larghe intese speziate “alla berluscona”
  • mezzo tubetto di salsa rosa “potrebbecadereilgoverno”
  • 50 grammi di maionese impazzita grillina
  • un bel rospo indigeribile kazako

Preparazione: Far rosolare a fuoco lento un intero popolo di sinistra. Mettete in cottura le parole d’ordine della campagna elettorale “Italia bene comune”, una volta bruciacchiate, togliete pure e gettate nella spazzatura. Separate bene gli alleati di Sel, aggiungete un po’ di maionese grillina che però, rifiutandosi di scongelarsi, rimarrà orgogliosamente nel freezer. Una volta aggiunto un pizzico di imbarazzo per aver trombato Prodi, essersi umilitati in streaming con il duo Lombardi-Crimi, fatto un governo con Alfano vicepremier, varato l’acquisto degli F-35, ed altri capolavori, stendete la pasta sfoglia delle larghe intese e portate in ebollizione la pazienza anche dei militanti di più vecchia data.  
Una volta ottenuta la scissione perfetta con i sentimenti della base, aggiungete il piatto forte: un bel rospo kazako indigeribile di 5/6 Kg.

Per gli stomaci forti, si consiglia di servire con una scorza di limone e un po’ si seltz.

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Un pensiero impopolare (in difesa dei loser)

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Arriva un momento storico, in tutte le epoche, in cui una nomenclatura viene spazzata via da un’altra nomenclatura. In genere più aggressiva, perché più vitale, di quella precedente. Silenziosamente (ma nemmeno tanto), sta succedendo questo nel Pd.

Il nicchiare di Renzi, è un modo per far lievitare il suo consenso, che ormai è incontrastabile nel senso comune. Il congresso sarà una pura formalità. Nei territori i dirigenti si stanno consegnando, uno ad uno, alle truppe renziane, che nel frattempo invadono ogni spazio lasciato libero dalla vecchia classe dirigente con una certa disinvoltura, quasi feroce.

Comunque la si pensi, Renzi ha già vinto. Il sindaco di Firenze incarna fino in fondo un tipo umano perfetto per questi tempi veloci. Possiede delle doti affascinanti: coraggio, anticonformismo, ambizione, versatilità. Quasi il risultato delle lezioni americane di Calvino. E’ intrinsecamente post-ideologico: non ha una posizione immutabile su nulla (persino l’arci-nemico D’Alema, può diventare un alleato, se serve), se non quella che serve tatticamente a rovesciare un tema in consenso personale.

Se solo conta vincere e posizionarsi sul senso comune, certo che Renzi è il nostro uomo. Però, c’è un però. Ho sempre diffidato l’accezione “loser” (perdente), tipo il gesto che si scambiano gli adolescenti americani, con il pollice e l’indice a forma di “L” sulla fronte. Perché sottende una spietatezza di fondo inconciliabile per chi si sente di sinistra. Come se l’importante nella vita fosse solo vincere o perdere, e non lottare in ciò in cui si crede, al di là del risultato finale. 

Non voglio sotovalutare il tema del consenso. Però mi avevano insegnato che alla sinistra spetta anche un altro compito, faticosissimo: cambiare il contesto in cui opera, anche partendo da posizioni minoritarie e non sempre popolari. Ingaggiare una battaglia di idee su singoli temi (issue), per trasformare la società in un senso più giusto, più solidale, più civile. E che il consenso, in politica, sicuramente è fondamentale, ma è un mezzo e un lavoro quotidiano, non è il fine.

Ps: mentre scrivevo questo inutile post, un deputato renziano mette su facebook le percentuali nettissime del sondaggio SWG che vede in testissima Renzi. Nel contempo sfotte e prende per il culo gli altri candidati Pd, i “loser”, appunto. Appunto.

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C’è sempre una via d’uscita

Non capisco tutto questo sgomento sulla decisione di ieri di concedere al Pdl di sospendere per tre ore i lavori parlamentari (3 ore che dovranno essere recuperate oggi). Gli stanno per condannare il capobanda, come credevate che avrebbero reagito Brunetta, pitonesse e compagnia cantante? Non mi stupisco perché quando si è scelto di fare un governo con il PDL-di-Berlusconi (non la Cdu della Merkel, o i tory di Cameron), si sapeva a cosa si andava incontro. Quindi forse, l’errore è a monte: certi matrimoni sono fatti per non durare.

E se continuate a dire che non c’erano alternative, parafrasando Kill Bill: “there’s always a way out”, c’è sempre una via d’uscita.

E se il 30 Berlusconi verrà condannato? Cosa succederà al povero Letta? (A proposito: ma non volevano accorciare i tempi della giustizia, ora invece devono andare lunghi?)

Nel frattempo martedì S&P ha tagliato il rating dell’Italia, portandolo a BBB, vicino al livello “junk” (spazzatura). Tutto questo mentre ogni giorno, statisticamente, falliscono 42 aziende si perdono 480 posti di lavoro. Così, per dire.

In tutto questo frastuono, il M5S pare rigenerato dall’imbarazzo totale del popolo-Pd. Siamo al solito punto: chi è causa del suo mal, pianga sé stesso. Avete avuto l’occasione di dar vita ad una cosa diversa, non l’avete voluta, ci siamo infilati in questo imbuto anche, molto, per colpa vostra. Per piacere, adesso, almeno tacete.

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Non siamo in un film di Fantozzi

ImmagineI sermoni di Marchionne hanno rotto i coglioni, scusate il francesismo. L’ad Fiat indica la via d’uscita dalla crisi per l’Italia attaccando il “diritto al posto fisso, al salario garantito, al lavoro sotto casa“. Io, caro Marchionne, ho lasciato un contratto a tempo indeterminato per imbarcarmi in un’avventura strana e altilenante, prendo forse meno che se avessi seguito il “mestiere del padre”, e mi alzo ogni santa mattina alle 5.40.

Sono uno, e pur essendo grosso valgo per uno (cit.), ma la realtà è che come me sono tanti. Ma la vostra idea di un paese pigro, seduto e piagnone, corrisponde forse all’idea di un’Italia impiegatizia da film di Fantozzi. Di due generazioni fa. Con la Contessa Serbelloni Mazzanti Viendalmare, la fuga dalle scrivanie al suono della sirena delle 5 e i weekend a Chamonix o alle terme di Chianciano pagati dalla mutua.

La mia generazione, per lo più, mangia la polvere, vive sulle macerie di una promessa spezzata (vivrai una vita migliore di quella dei tuoi genitori), ed ogni giorni si alza e si fa il culo per farsi strada, senza un briciolo di certezza.

Anzi, una: la Fiat non fa più macchine decenti dal ’55.

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Civati giorno III, e un Pd indie-rock

ImmagineCosa rimane di un fine settimana a Reggio Emilia. Intanto l’accoglienza dei vecchi amici, e la loro ospitalità. La possibilità, grazie a loro, di toccare con mano un fermento che c’è, e che per fortuna è interno al Pd e lo rende un mondo vivace e meno grigio. Rimane anche il pranzo con lo gnocco fritto, salumi e lambrusco (e rimarrà per ore, impedendomi di far cena). E lì si contanto le prime divisioni tra i Civatiani: quelli di Reggio confidano su gnocco e mortadella, quelli di Parma non transigono sul crudo.

Civati si candida, e si trascina un mondo di ragazzi che vivono ai margini del “partito”, lavorano ai fianchi, e che forse senza di lui sarebbero già altrove (Sel? 5stelle? a casa?). Dalle magliette che indossano, sembra di stare ad un concerto indie-rock, o ad una festa di Emergency. Dirò di più: sembra di stare in un partito di sinistra.

Il discorso di Civati a chiusura della 3 giorni è breve, circa mezz’ora (video). Ha parlato un po’ a braccio, un po’ secondo una scaletta di piccoli temi intrecciati. Qualcosa di molto di verso rispetto ai “discorsi conclusivi” dell’epoca post-Pci. Una scaletta da epoca dei blog. Concetti brevi, autoconclusi, spesso con la battuta ad effetto. Felici i passaggi su Fiom/Berlusconi, o su piccioni/pitonesse. Efficace il ragionamento su “il nuovo non è a destra”. Un momento rivelatore quando ha fatto salire sul palco il fidato Nico Giberti,  dicendo: “Ecco chi mi sostiente. A costo di sembrare matto quando mi chiederanno chi c’ho dietro risponderò Nico”. Tradotto significa: nessun big Pd, ma ragazzi normali che si impegnano nelle associazioni e nelle amministrazioni locali. Manca forse un pensiero più organico sul PD e sull’Italia che non parta sempre da una “critica a”. Su questo la vicinanza a Barca potrà essere determinante, vediamo come procederanno i due.

Rimango della convinzione che quello che dice, ed anche come lo dice, rappresenti il pensiero profondo di buona parte degli elettori PD. Per guidare un partito dal 40% però dovrà passare alla svelta dal ruolo di grillo parlante (anche perché di grillo ce n’è già uno), a quello di leader. Innovatore, contemporaneo, fresco, ma anche rassicurante.

I ragazzi incredibili dell’Emilia, terra di frontiere di diritti e politica, scherzano a fare i dissidenti che verranno spediti in Siberia. Il rischio più grande, per me, è che rimangano incastrati sul web. Io invece gli auguro che si sappiano muovere presto nella società. E che il loro entusiasmo disinteressato, qualunque sia l’esito del congresso, sia contagioso per tutti. Ce n’è bisogno.

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Politicamp, giorno II

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L’arrivo a Reggio Emilia è benedetto da segnali incoraggianti. Mi fermo a prendere un panino con bresaola e sesamo nel bar della stazione, con la radio che passa i Pearl Jam. “Dissident”, dissidenti. Sarà una radio civatiana?
Mi passano a prendere Marco e Francesca ed arriviamo al Chiostro della Ghiara che già parlano, dal palco, alcune persone. Il clima è rilassato. L’età media molto bassa. Ragazzi che discutono di politica e di Pippo (tutti lo chiamano per nome) ai tavolini con birre e succhi di frutta.
Io sono qui per ascoltare, ripeto, e perché sono curioso. Acquisto la borsetta di tela con il simbolo W la libertà. Le prime tavole rotonde del pomeriggio sono sulla comunicazione politica. Amenduni, poi Renato Soru, le doparie, il circolo cagliaritano “Copernico” gestito in modo orizzontale e sperimentale.
Ecco “sperimentazione” è il concetto che circola di più. Sembra un piccolo cantiere di idee.
Valentina Spata, una ragazza siciliana dai capelli lunghi, racconta al sua espulsione dal Pd di Ragusa per aver contestato una linea politica scellerata di alleanze locali con la destra e con personaggi ambigui. Giù applausi.

Interviene Libera, intervengono ricercatori universitari, liberi cittadini. Parlando con i ragazzi di Parma e Reggio Emilia mi dicono che la situazione è dura. Le tessere non si fanno più, le persone non le vogliono. C’è disaffezione, la scelta del governo di larghe intese e a tempo illimitato non viene digerita dalla base. E che fare un congresso chiuso non ha senso, perché rischiamo di non trovarci nessuno, dentro al partito.
Si parla di regole e di Renzi. Alcuni lo hanno votato, (“ma adesso non lo rivoterei neanche come amministratore di condominio”), altri Bersani (“ma il tortello magico ha fallito”).
Pippo si aggira in magliettina tra i tavoli. Visto da vicino è piccolo e vispo. Sorride, si guarda intorno. Si mette in un divanetto in un angolo e ascolta tutti fino a sera inoltrata.
Pare li confessi. Ci avviciniamo per parlarci, ma la coda è lunga. Quando finisce, si mette a tavola accanto a noi. Ci viene a chiedere il pane, è stremato, ci chiede “Posso #Occupypane?”. Si vede anche il cancelletto nella domanda, ve lo giuro.

La sera, qualcuno dei ragazzi venuti lì da tutta Italia, inizia a chiedersi se non sia il caso di organizzarsi seriamente. Ma il clima per ora è questo. Sperimentale. Tanti ragazzi attratti dalle idee che ronzano intorno a Civati. Manca un’organizzazione scientifica. Forse arriverà, o forse rimarrà questo sperimentalismo che fa sembrare il Pd una cosa contemporanea. Un circuito di idee.
“Domani, vedrete, che con il discorso di chiusura ci dirà qualcosa di più, ci dirà come muoversi”, sperano in molti.