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Il capolavoro

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E improvvisamente ci accorgemmo che il più grande costruttore italiano, uno che ha sventrato tutte le metropoli d’Italia in modo lecito e meno lecito, uno che era nel patto di sindacato che controllava il Corriere della Sera attraverso RCs Mediagroup (sì proprio il giornale che ha lanciato la Casta dei politici, tacendo su quella degli imprenditori); che era dentro Capitalia prima e Unicredit poi, finito in carcere sotto Tangentopoli per le tangenti alle Metropolitane milanesi, e mille altre vicende che ora su due piedi non ricordo… aveva rapporti stretti e saldissimi con una certa parte economico-politica d’Italia, quella che ha sempre comandato, quella che c’è anche quando non si vede ed è più potente dei pontenti veri, quella che per lo più – al netto di qualche stronzo – non è la mia parte politica.

Uno che teneva a libro paga gente come Ignazietto La Russa, per dire. I cui figli se ne andavano fino a ieri tranquilli in vacanza con Barbara Berlusconi e Geronimo La Russa, o sedevano tutti assieme tranquillamente al Baretto di Milano con Daniela Santanché e il direttore de il Giornale Sallusti.

E il paradosso e il capolavoro di questi giorni è che per un tizio così, e le telefonate con un ex prefetto adesso Ministro della Repubblica, a rispondere di fronte all’opinione pubblica italiana è solo il Partito Democratico. Capito?

Come se al processo di Norimberga alla fine, avessero preso una multa per divieto di sosta anche le lambrette dei partigiani e non si parlasse che di questa maledetta multa e quanto sbagliato sia parcheggiare in divieto di sosta, e insomma questi partigiani erano maleducati e strafottenti, ma stai a vedere che in fondo anche loro qualche macello l’hanno fatto e ci giureresti che non sono tutti uguali? Massì, tutti uguali, tutti guerrafondai, destra e sinistra, vittime e carnefici, nord e sud, caldo e freddo… Bum!

E’ esagerato, ok. Ma se ci pensate bene, e se uno ha la pazienza di ripercorrere le persone per la loro storia vera, rimettere in fila fatti, sentenze e storie di vita, e di rinunciare agli strilli immediati di queste ore, si accorge che non è un confronto così pazzesco.

Per Ligresti, ripeto: Li-gre-sti, ci rimettiamo noi.

Un capolavoro, l’ennesimo, che ci viene dal sostenere un governo con Alfano-Brunetta e compagnia cantante per un amor di patria che fatico ancora a capire, e forse fino in fondo, mai capirò.

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Lo stile

Quelle poche volte che mi è capitato di candidarmi a qualcosa (2) e di essere eletto (2), non ho mai provato gioia, non mi sono mai sentito spensierato. E’ vero, in genere le cose arrivano perché vuol dire che ci hai lavorato, le vittorie non vengono mai a caso.

La vittoria alle amministrative, poi, ha comportato mesi di studio e fatica. Quindi avrei potuto anche stapparlo uno spumantino, per dire. Ma avevo il presentimento che la fatica nell’intercettare consenso fosse niente rispetto alla fatica che mi aspettava dal giorno dopo (ed era così).

Quelle poche volte, sono tornato a casa pensoso. Chi mi sta vicino mi chiedeva ossessivamente: “ma non sei contento?”, come se la mia faccia tradisse altro. Più preoccupato, che soddisfatto.

Perché vincere obbliga ad un senso di responsabilità maggiore. Ti obbliga a non nasconderti dalle tue responsabilità, ma anche a non apparire troppo, perché dal giorno dopo devi lavorare di più. E chi lavora non sta in piazza. E spesso lavora in silenzio. E lo deve fare per gli altri, non per sé.

Ma soprattutto non m’è passato mai nella mente di infierire su chi perde. Figuriamoci, poi, se le corse si fanno “in casa”, dentro alla propria comunità politica.

Me la spiego con la famosa scena de “I Vitelloni“, quando Alberto Sordi sfotte i lavoratori con il famoso gesto dell’ombrello. Mai prendersela con chi stai sorpassando, perché la macchina si potrebbe fermare, e si rischia di pagare un conto salato, prima o poi.

Serve stile, nel perdere e molto di più nel vincere.
Serve stile e misura nello stare al mondo.

Il resto sono tifoserie, che lasciano il tempo che trovano e rendono solo il nostro mondo più stupido.

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Sognare la fine del mondo (un post a-politico)

Stanotte ho sognato la fine del mondo. Ma non era una visione apocalittica con sangue e attacchi alieni. No, tutti semplicemente sapevano che ad una certo ora saremmo scomparsi e con noi le case, le strade, gli alberi e gli animali. Le strade erano silenziose. Passava pure il camion di Sienambiente che scaricava i cassonetti. Chissà perché, se poi si sparisce.
Nessun panico. Nessun allarme.

Si preparavano tutti, con calma a passare le ultime ore. Come dovessero addormentarsi, o partire per le vacanze, e io non mi davo pace di questo buonumore, di questa consapevolezza.

In questa pace senza senso non riuscivo a trovarti. Passavo a casa degli amici, nessuno ti aveva vista. Mentre gli altri si mettevano il pigiama, passavano le ultime ore in veranda a chiacchierare, o spazzavano i cortili, io continuavo a cercarti.

Per fortuna mi sono svegliato, prima che il panico fosse insopportabile. E mi sono riaddormentato felice, come quando ti accorgi che è solo uno strano sogno. Ho pensato che, forse, in quella strana fine del mondo, eri l’unica ad esserti salvata.

Stamattina, quando te l’ho raccontato, mi hai detto che sono troppo stressato.
Dev’essere, in fondo, così.

(…but I feel fine)

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Mi fanno impazzire

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Quelli che ancora mi chiedono con chi sto. Anzi, peggio, ormai non me lo dicono più, ma lo chiedono ad altri, come al mio sindaco Francesco Landi… “sì, sembra bravino, ma con chi sta?”. C’ha la faccia da cuperliano, ma cammina come un civatiano e scrive come un renziano.

Sbaglio o le candidature dei congressi locali e provinciali dovevano essere slegate da quelle nazionali? Non abbiamo di meglio a cui pensare? Dovete consegnare le casacchine per giocare a calcetto? Cuperliani vs renziani vs civatiani vs pittelliani?

Siccome, come tutti, delle idee me le sono fatte e certamente voterò a quel gran momento di democrazia che dovrebbero essere le primarie (ricordo che sono un mezzo, non un fine della politica). Senza però perderci il sonno, perché la vita va avanti e un partito da ricostruire ce lo ritroveremo comunque anche il 9 di dicembre chiunque vinca.

Vi avviso già che per rispetto della comunità che mi ha eletto a Sarteano, prima di lunghissime evasioni verbali su facebook o su qualche giornale locale, che dicono tante parole solo per dire quale casacchine si mette, io lo dirò prima alla mia assemblea comunale, ai miei iscritti, alla mia gente. Perché è così che mi sono presentato a loro.

E perché un po’ di coerenza tra quello che si dice e quello che si fa, in questo pazzo mondo, non fa mai male.

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La sirenetta

ImmagineLeggo che la pentadeputata, la cittadina, insomma… l’onorevole M5S Tatiana Basilio, è seriamente convinta che esistano le sirene. E si è anche di molto incazzata con il NOAA (il National Oceanic and Atmospheric Administration), l’agenzia federale statunitense, colpevole, a suo parere, di voler offuscare una realtà tanto evidente.

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Tiro un sospiro di sollievo quando vengo a sapere la signora Tatiana, col suo bel diploma al liceo linguistico, fa parte della commissione Difesa della Camera dei Deputati. Mi sento improvvisamente al sicuro. Ed io ecco, mi immagino, che di fronte ad un attacco alieno, dormiremo sonni tranquilli.

Ho un solo rammarico: la signora Tatiana si era candidata assieme al marito Simone Ferrari. Solo per un soffio la famiglia non è entrata in blocco in parlamento. Avremmo sicuramente avuto notizie sul fronte dello Jeti, o quanto meno prove schiaccianti dell’esistenza di Atlantide o di Babbo Natale.

PS: per dovere di cronaca la signora o signorina Tatiana, il giorno dopo ha smentito, dicendo che era ironica (?). Chi vi ricorda?

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Due ex-bambini, faccia a faccia con la storia*

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Settan’anni dopo la strage di Castiglioncello, torna al Borgo e ritrova un vecchio amico.

Dino e Vilmano si erano conosciuti, loro malgrado, settanta anni fa. La storia li aveva messi, allora bambinetti, spalle al muro lungo la facciata di una chiesa di un piccolo borgo toscano. Davanti ai lori occhi, le divise e i fucili puntati dei soldati dell’esercito tedesco. L’ordine partito dagli ufficiali nazisti era stato chiaro: rappresaglia. Le azioni dei partigiani nascosti nei boschi di Pietraporciana, doveva essere vendicata con le vite dei civili. Anche se innocenti, anche se inermi. Uomini, donne e bambini messi al muro, tremanti.

E quel giorno il destino di quei due bambini cambiò per sempre. Il padre del piccolo Dino, Quirino Salvadori, venne ucciso, assieme ad un altro civile, Amerigo Bai. Il padre di Vilmano, Giuseppe Cecchini, si mise in mezzo e con quel poco di tedesco imparato al fronte, cercò di salvare gli altri civili dalla furia nazista. Ci riuscì, e il resto degli abitanti fu risparmiato dalla strage.

Qualche giorno fa, quei due bambini si sono rivisti faccia a faccia, nel luogo dove si consumò quella giornata maledetta, a Castiglioncello del Trinoro, una piccola frazione del comune di Sarteano. Adesso Dino e Vilmano hanno pochi capelli e molte rughe. Con gli occhi lucidi, si sono abbracciati ed hanno ripercorso per ore quella giornata tremenda, passeggiando sulle vie lastricate dell’antico borgo medievale. Vilmano Cecchini non era tornato più a Castiglioncello. Dino non ha mai smesso di abitare per queste stradine abbarbicate sul crinale della Valdorcia, anche quando i residenti si contavano sulle dita di una mano e viverci era difficile.

Adesso Castiglioncello del Trinoro è un piccolo gioiello rimesso a nuovo da un importante investimento ricettivo. È stato riqualificato il patrimonio artistico e storico, rifatti alcuni servizi essenziali. Insomma, ci si vive meglio di qualche anno fa. Da una frazioncina destinata allo spopolamento, è diventata luogo di lavoro per tanti ragazzi che animano il wine bar, l’albergo o il ristorante di tendenza. Qui si rifugiano artisti di fama internazionale, o protagonisti del jet-set economico finanziario mondiale, in cerca di una pausa dalla vita metropolitana.

castiglioncello ex bambini

(Foto: a sinistra, Vilmano Cecchini, a destra Dino Salvadori).

Al centro del borgo, non curante del tempo che passa, sopravvive la piccola chiesa romanica di Sant’Andrea. Muovendo lo sguardo lungo la sua facciata, prima di finire ammaliati dalla bellezza del panorama della Valdorcia, ci si imbatte in una piccola lapide di marmo.
L’avevano messa lì gli abitanti del borgo all’indomani della guerra, nel 1945: “Scolpiti nell’anima porterà i nomi di Bai Amerigo e Salvadori Quirino, vittime innocenti di quel giorno. Riconoscente affetto serberà all’interprete Cecchini Giuseppe che con coraggio e fermezza si adoperò per limitare l’ingiusto e barbaro eccidio”.

Dopo quasi settanta anni, i due figli di quei due nomi della storia tremenda si sono rivisti e parlati. Non sappiamo bene cosa si sono detti. Ma sappiamo che con loro hanno portato i loro figli e nipoti. Per ricordare tutti insieme quella storia, e tramandarsi una cicatrice che parla di morte e sopravvivenza. Una cicatrice lunga tutta una vita e che durerà per un’altra generazione almeno.

*Con questo articolo, inizio la mia collaborazione (gratuita) con il portale La Valdichiana.