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Nemmeno quando c’erano i missili nucleari

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Su quello che succede in queste ore ho difficoltà a commentare. Una vicenda tecnica molto complessa (un decreto in scadenza dove c’era dentro seconda rata imu e bankitalia), diventa il pretesto per mettere a ferro e fuoco la camera. Bloccare i lavori, schiaffeggiarsi, insultarsi. Mi viene in mente uno slogan molto bello del buon Civati: “anche i bambini ci guardano”.

Mi fa paura la ghigliottina (perché arrivarci vuol dire che si è fallito prima); mi fa paura l’ostruzionismo violento (a meno che non si stia introducendo la pena di morte o abolendo il voto); mi fa paura veder volare schiaffi su una donna; mi fa paura una giovane presidente della camera chiusa a chiave tutto il pomeriggio; mi fa paura vedere tipi come di battista che strappano il microfono ad altri parlamentari che spiegano le loro ragioni; mi fanno paura gli insulti alle “pom#@#e del pd“; mi fanno paura gli assalti squadristi per bloccare i lavori nelle commissioni; mi fa persino paura sentire cantare “bella ciao”, che terrei per momenti più importanti e “sacri” (almeno per me). Mi fa paura, o mi fa pensare, La Russa che scorazza con i 5stelle.  Mi terrorizza sentire parlare Grillo (quello di casa pound) di nuova Resistenza, scritto maiuscolo.

Ho sinceramente paura che non si torni più indietro e si sia oltrepassato il limite del confronto e dello scontro, soprattutto del rispetto. E’ il risultato di quando si definiscono gli altri “zombie” e “morti viventi”. E non si vede più l’uomo, dietro l’avversario.

C’è stato un periodo in italia, negli anni 60-70, in cui si sparava per strada. Si rapivano e si uccidevano dirigenti politici come Aldo Moro, sindacalisti come Guido Rossa, cittadini innocenti come alla stazione di Bologna.

Ho studiato che il Pci e la Dc, che allora si scontravano in ogni angolo del paese anche fisicamente, avevano alle spalle ideologie e super potenze internazionali con i missili nucleari stoccati nelle basi militari… eppure – forse memori della dittatura – avevano rispetto per le istituzioni. Arrivavano a disprezzarsi, magari, ma dentro le istituzioni, ma non “a prescindere” o “rinnegando” le istituzioni democratiche. Sembra un pippone noioso, ma non lo è. E’ la differenza tra una democrazia e il principio del caos.

Sul decreto Imu/Banktalia ammetto di non essere un esperto. Ho chiesto a qualche amico che lavora in importanti istituti finanziari, o che ha formazione economica. Qualcuno che aveva anche iniziali simpatia grilline. Mi hanno tranquillizzato: la questione è complesa e controversa, certo, è un’operazione che può trovarci più o meno d’accordo, ma – mi rassicurano – razionale. Mi chiedo (al netto della contrarietà, certo legittima): era questo il prestesto per questo livello di scontro, per vedere la russa e i ragazzi del 5s invadere l’aula come un’invasione di campo stile Lazio – Livorno? O è una strategia della “Casaleggio associati” per riprendersi le prime pagine dei giornali, fare casino nella testa confusa della gente, agitare il malcontento e reagire all’immobilismo di questi mesi?

Per chi ha pazienza e tempo di farsi un’idea, consiglio questo articolo, oppure questo, mi sembrano misurati e seri.

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L’improvvisazione teatrale è come il jazz

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Intervista a Renato Preziuso, performer teatrale e presidente di Voci e Progetti, pubblicata dal portale La Valdichiana qualche giorno fa, nella mia rubrica “Lo stato dell’arte”.

 

Voci e Progetti nasce a Chianciano da un gruppo di amici che si avvicinano al teatro e col tempo iniziano a sperimentare forme diverse. Come si mantiene alta la passione per venti anni?
Siamo nati quasi vent’anni fa, nel 1994, qualche anno dopo entriamo in contatto con il rutilante mondo dell’improvvisazione teatrale e scopriamo che è la forma che fa per noi. Coinvolgente, innovativo, libero e creativo, il teatro di improvvisazione ci ha affascinato dal primo momento. Negli ultimi anni la costante crescita quantitativa, ma soprattutto qualitativa, è andata di pari passo con la professionalizzazione della struttura. Certo, ci sono stati alti e bassi, ma la passione non è mai calata, anche perché le persone che sono dentro Voci e Progetti, i miei colleghi e i nostri allievi sono una fonte inesauribile di energia.

C’è ancora un po’ di pregiudizio da parte del pubblico che segue il teatro, rispetto all’improvvisazione?
Quando il pubblico scopre l’impro, come la chiamiamo, in genere ne rimane affascinata. Il problema è spiegare cosa facciamo a chi non ha mai assistito ai nostri spettacoli. Il rapporto poi con il teatro “istituzionale” è ancora complicato L’improvvisazione in Italia è vista come un sottogenere. Siamo “quelli simpatici che fanno le scenette”. In altre parti del mondo l’improvvisazione ‘è’ il teatro. Pensare che l’italianissima Commedia dell’Arte forse è la prima forma di teatro all’impronta. Sarebbe bello far capire quanto lavoro c’è dietro.

Faccio un parallelismo improprio. Il teatro di testo è come la musica classica. Conta l’interpretazione, ma c’è uno spartito. L’improvvisazione teatrale il jazz. Ci sono degli schemi, ma la performance è libera. Come si riconosce una buona improvvisazione teatrale da una stecca?
Sono d’accordo con il parallelismo. La buona improvvisazione si riconosce, come nel jazz, dall’affiatamento dei performer, dalla loro tecnica, dalla meraviglia che la creazione istantanea genera nel pubblico. Come nel jazz, ma estenderei a tutte le performances dal vivo, l’esecuzione può non essere impeccabile, ma deve essere piena di vita. La connessione tra chi è sul palco ed il pubblico in sala deve essere forte, fortissima e tutti si è parte di un evento unico.

Cos’è più difficile improvvisare per te?
Più che cosa è il come. Soffro le condizioni sfavorevoli. Lo spettacolo di improvvisazione, al contrario di quello che si può facilmente pensare, è delicato. Non si può fare ovunque e non si presta ad ogni occasione. Visto il grado di coinvolgimento, il pubblico deve venire in qualche modo predisposto a vedere lo spettacolo. Insomma l’improvvisazione non può essere “improvvisata”. Nell’improvvisazione le condizioni di lavoro e organizzative sono fondamentali.

Voci e progetti nasce a Chianciano, ma poi si sposta a Perugia, dove sta riscuotendo un successo enorme (puoi toccarti se vuoi). Come nasce questa scelta di Perugia?
Perugia è una città ricca di iniziative e di iniziative culturali. E’ candidata come capitale europea della cultura 2019. E’ una città universitaria con tanti giovani e begli spazi per le attività teatrali. Siamo sbarcati in questo contesto sei anni fa con uno spettacolo nel meraviglioso teatro Pavone. Poi ci siamo mossi in punta dei piedi, cercando di entrare in contatto e collaborazione con le realtà teatrali locali. Sarà perché la nostra specificità non ci rende competitor o perché noi per primi siamo aperti a contaminazioni e scambi, ma non abbiamo trovato particolari chiusure, anzi, siamo stati molto ben accolti. Collaboriamo stabilmente con tre teatri ed i rapporti con le istituzioni ed il tessuto sociale sono ottimi. E poi, per continuare il parallelismo, Perugia è la città del Jazz!

“L’improvvisazione teatrale è come il jazz”. Intervista a Renato Preziuso presidente di Voci e Progetti
Sembra quasi una storia di fuga di cervelli, insisterete ancora con l’impro in Valdichiana?

Nel nostro caso non parlerei affatto di “cervelli”, ecco. Per il resto faremo improvvisazione ovunque ci sarà data la possibilità. Siamo parte di una rete nazionale di scuole e compagnie di che si chiama “Improteatro” che ha come scopo quello di promuovere l’improvvisazione teatrale in tutto lo stivale… quindi perché no? Poi a Chianciano abbiamo un gruppo di giovanissimi allievi molto appassionati che curiamo con particolare amore.

Fai mente locale sulla Valdichiana: come siamo messi a livello di offerta culturale? Mancano spazi?
Noi abbiamo sede a Chianciano Terme l’unico paese della zona senza uno spazio teatrale. La sala polivalente, che negli anni ha ospitato i nostri spettacoli, è chiusa da tre anni. Adesso c’è un progetto di ristrutturazione che pare possa essere avviato, ma senza certezze. Sedi per le associazioni neanche a parlarne. Sarebbe un discorso lungo e doloroso… Il risultato è che stanchi di investire energie senza un progetto condiviso, rimaniamo disponibili ad ogni tipo di collaborazione che ci venga richiesta, ma con il tempo abbiamo quasi interrotto l’attività performativa nella cittadina che ci ha visto nascere. Per noi è un peccato, ma non vogliamo mollare del tutto, anche perché il rapporto con il tessuto sociale e le altre associazioni del territorio è ottimo. Speriamo di trovare condizioni migliori nel futuro, per ora ci concentriamo sull’Umbria.

La tua storia personale è quella di uno che ha trasformato una passione in una professione. Quanta fatica costa?
Beh sì ci vuole molto impegno e costanza. Occorre metterci coraggio ed energia e non ci si può risparmiare. I miei compagni di viaggio, in particolare Mariadele Attanasio e Lorenzo Meacci,
rendono il clima e le cose che facciamo “speciali”. Certo, non è un lavoro comodo, ma è quello che ho scelto e quindi la fatica, quando si sente, passa in secondo piano. Ho avuto poi la fortuna di avere una moglie che mi a sostenuto nel fare questo passo, anche se non so se poi se ne è pentita visto che poi sono sempre in giro a tenere corsi in molte città d’Italia.

Voci e Progetti

Girando così tanto, qual è lo stato dell’arte che vedi?
Il movimento dell’improvvisazione teatrale, pur avendo numeri che il teatro tradizionale ci potrebbe invidiare, sia dal punto di vista del pubblico che delle scuole, non ha mai avuto accesso a contributi pubblici. Abbiamo sempre lavorato basandoci sulle nostre sole forze. In quest’epoca soffriamo meno di altri perché meno dipendenti dal “sistema”.

Che differenza trovi tra il fare teatro in periferia, rispetto alle scene presenti nelle città?
Spesso nei piccoli centri si ha la fortuna di poter lavorare in teatri molto belli, magari piccoli, ma meravigliosi gioielli di architettura. In città accedere a questo tipo di spazi è pressoché impossibile. Altro discorso è il pubblico. In città, anche se l’offerta di spettacoli è sicuramente maggiore, è più facile trovare persone che si appassionano al nostro teatro.

Tornando allo spettacolo improvvisato, chi vi ha visto almeno una volta sa che l’impro ricerca una forte interazione con il pubblico. Spesso una storia parte proprio dagli input che vengono dalla platea, ti ricordi un suggerimento assurdo?
“Il paramecio viaggia in Ryanair”. Non mi ricordo che storia venne fuori ma fu assai divertente!

Hai mai pensato: troppo faticoso, prima o poi smetto?
No, è un lavoro che mi piace tantissimo e nel quale metto molto di me. Ho voglia di proseguire e di crescere ancora professionalmente. La domanda casomai è fino a quando riuscirò a continuare? La speranza è di riuscire a trasformare ciò che faccio adattandolo all’età!

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La rana innamorata

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Leggo il racconto di un fotografo norvegese, che nel lago di Bindingsvann, vicino Oslo, una rana si è svegliata prima dal letargo e per istinto si è messa in viaggio sopra la coltre del ghiaccio, per arrivare a riva in cerca della sua amata.

Purtroppo non era ancora il tempo di finire il sonno invernale. Si trattava solo di un improvviso aumento della temperatura, un’illusione momentanea, e il gelo del dicembre norvegese l’ha congelata in pochi istanti. Nemmeno a metà del suo viaggio verso l’ignota anima gemella.

E’ una storia (e un foto) incredibile.

_i pessimisti penseranno che la morale è che le illusioni, talvolta, uccidono_

_per me è importante pensare che il desiderio d’amore – figlio dell’istinto animale-  è l’unica forza che non si può fermare_