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Contro le sale vuote (l’ennesima stronzata che gira in rete)

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Mi hanno fatto vedere che gira su facebook l’ennesima disinformazione in salsa grillina sui costi della politica.

In una di quelle infografiche tremende (ma un tocco di Photoshop, mai?), si dice, in pratica, che “attenzione! la Kasta ti inganna! è vero che verranno abolite le province, ma verranno rimessi decine di migliaia di consiglieri comunali con chissà quale spreco delle risorse pubbliche!” Io non so se è ignoranza o malizia, e quale sarebbe la cosa peggiore, se cioè sono solo scemi oppure prendono in giro le persone. Temo un mix letale.

Se si legge la norma (ma basta un articoletto di sintesi in ogni quotidiano normale del regno) si capisce che si tratta di aumentare i consiglieri comunali e gli assessori nei comuni sotto i 10.000 abitanti a SALDO ZERO per le casse dello stato.

Cioè, il mio rimborsino-presenze di 150 euro all’anno (che comunque non percepisco per scelta, proprio contro quei tagli alla democrazia voluti del trio belrusconi-tremonti-calderoli, al quale ora forse si rimedia) verrebbe in futuro spalmato sugli altri consiglieri. Nel mio piccolo comune, dopo i tagli, adesso siamo 5 consiglieri di maggioranza, 2 di opposizione. Potremmo fare i consigli comunali in una Fiat Multipla, per intendersi.

L’equazione, la riscrivo, è semplice: più consiglieri comunali e assessori nei piccoli comuni, quindi più partecipazione, allo stesso costo di ora.

Che poi capisco gli sperchi tremendi e i privilegi, ma a forza di considerare la democrazia solo come un costo, prima o poi a qualcuno verrà in mente che si risparmia molto di più con la dittatura (intanto, si è scelto la tecnocrazia).

Quello che si ristabilisce, aumentando il numero degli eletti nei piccoli centri, è un principio sacrosanto di aumentare la partecipazione nelle istituzioni. Così non ce ne staremmo con una sala consiliare mezza vuota che mette tristezza, e forse più persone si occuperebbero della propria comunità (sia in maggioranza, che all’opposizione), così uno si potrebbe rendere conto che non è così  diabolico darsi da fare da dentro, ma anzi che è un po’ più complicato, faticoso e -ogni tanto- gratificante che far girellare stronzate via facebook.

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Arrischianti: “Iniziammo a fare teatro in un vecchio cimitero, adesso siamo una fucina di talenti”

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Questa intervista l’ho scritta per il portale lavaldichiana.it con il quale continuo una proficua (e gratuita) collaborazione. Mi permettono di scrivere quello che voglio, e questo è positivo. Con loro ho iniziato una serie di interviste ad alcuni operatori culturali del sud senese. Oggi gioco in casa, a Sarteano, ed è un vero piacere.

Pina Ruiu rappresenta la dimostrazione di quanto lavorare molto, alla fine paghi. Determinata, trascinatrice, eppure discreta, la donna del teatro di Sarteano ha costruito assieme ad un gruppo sempre più vasto di amici attori, registi, fotografi, truccatrici, uno degli esempi più belli di laboratorio culturale e creativo della Valdichiana e del sud della Toscana. Non ama molto parlare di sé, del suo lavoro di attrice, ma nell’intervista vuole concentrarci sul collettivo: quella Nuova Accademia degli Arrischianti che importa ed esporta talenti, che produce, sperimenta, riempie le poltroncine di sogni e risate in grande libertà.

“Credo molto nel concetto del “teatro abitato”, cioè di un luogo facilmente fruibile dove le persone si sentano a proprio agio e di cui sentono l’appartenenza. Anche a Sarteano è stato importante sdoganare il teatro come luogo per pochi e farlo diventare centro di aggregazione. Gran parte del pubblico, oltre ad apprezzare la qualità dei nostri spettacoli, apprezza anche il clima che si respira all’interno del teatro, l’accoglienza, l’amore che si percepisce anche dalla cura verso la struttura”.

A differenza di altri teatri, piuttosto che acquistare grandi spettacoli per i vostri cartelloni, puntate soprattutto sulle auto-produzioni, allestite un laboratorio permanente e puntate sui giovani talenti. Essere poveri aguzza la fantasia?

“Il nostro Teatro, un piccolo gioiellino di 150 posti, a metà strada tra due teatri grandi come il Mascagni e il Poliziano, ha dovuto per forza trovare la sua peculiarità e specializzarsi come centro di produzione e formazione . E’ giusto che i teatri grandi continuino a fare il cartellone con i “nomi”, perché ne hanno la forza economica e strutturale. Noi dobbiamo guadagnarci uno spazio alternativo, diverso. Per questo puntiamo sui laboratori: di scenografia, teatrali, di mimo, clownerie. Con il laboratorio permanente di tecnica d’attore abbiamo messo su una fucina di giovani talenti che possono approfondire vari aspetti della tecnica teatrale, fare stages con docenti esterni e partecipare alle nostre produzioni mettendosi subito alla prova sul palco.”

Il logo dell’associazione è un veliero che affronta una tempesta, che ben simboleggia la vostra storia di rivincita. L’Accademia nasce prima del Risorgimento (1731), resistite a due guerre mondiali, ma negli anni del boom economico, avviene il declino. Come ricorda un libro di Carlo Bologni, negli anni ’60 sul palco veniva messa una tv per trasmettere “Lascia o raddoppia” con Mike Bongiorno. Nel frattempo il teatro cadeva a pezzi, e finì per essere chiuso. Ma come diceva Orson Welles (grazie google), “il teatro resiste come un divino anacronismo”. Nel 1986 a Sarteano rinasce “La Nuova Accademia degli Arrischianti”. Che anni erano quelli, quando un gruppo di giovanissimi sarteanesi riprende in mano i copioni?

“Erano anni carichi di entusiasmo e di grandi ideali. Ideali di promozione culturale e sociale per colorarci la vita attraverso il teatro e la musica in un piccolo paese come Sarteano. Come i veri “Arrischianti” da cui mutuavamo il nome, non ci fermò certo il fatto che il Teatro fosse chiuso da anni: ripulimmo quello che oggi è chiamato “Auditorium S. Vittoria” ma che allora era semplicemente “il vecchio cimitero”. Dal cancello non si vedeva neanche l’interno tanto era alta la vegetazione che lo ricopriva. Lì cominciammo la nostra attività. Iniziammo proprio con una commedia rappresentata dagli arrischianti storici: “Il Gatto in Cantina” guidati dal Prof. Antonio Colavita, con le musiche dal vivo dirette da Stefanina Casoli. Da allora si sono susseguiti spettacoli teatrali, molti diretti da Stefano Bernardini, laboratori vari con Rutelli, Masini, Aguirre, Massari, Mario Gallo. Oltre a questa intensa attività teatrale e di animazione, nasce nel 1993 “Venerdi Jazz” oggi il rinomato “Sarteano Jazz & Blues”.

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Poi negli ultimi anni, con la ristrutturazione del bellissimo Teatro degli Arrischianti avete fatto tornare gli spettatori sui palchetti o in platea.

“Inaugurammo il teatro con “Buonanotte Bettina”, la commedia musicale di Garinei e Giovannini con la regia di Stefano Bernardini, e fu un grande successo. In seguito abbiamo lavorato molto cercando di riabituare la gente a teatro, per renderlo un luogo vivo. Spesso in teatro abbiamo contemporaneamente la Sala dell’Orologio occupata con i laboratori, il palcoscenico impegnato per le prove di qualche spettacolo e il foyer utilizzato per lezioni di musica o altro. Insomma è un pullulare di persone, di attività: in poche parole di vita!”.

 

Quindi nuovi allievi, collaborazioni con altre associazioni, e soprattutto un processo di maturazione al proprio interno di tante figure che si stanno facendo largo in altre realtà. Insomma, un cantiere aperto e brulicante. Quanto lavoro c’è dietro?

“Molto, e parte da lontano, grazie ad uno zoccolo duro che non ha conosciuto cedimenti. Niente nasce per caso e improvvisamente. Un nostro regista ed autore, Gabriele Valentini, ad esempio, è entrato nell’associazione poco più che adolescente ed è cresciuto con noi. Laura Fatini si è accostata una decina di anni fa, proponendo inizialmente i laboratori per poi passare alle regie. L’altro nostro regista, Stefano Bernardini, ci ha accompagnato fin dagli esordi firmando le sue prime regie. Tutti hanno trovato un ambiente favorevole per mettersi in gioco, per sperimentare il proprio talento. Importante è non chiudersi, non temere il ricambio generazionale. “

ImmagineAvete ottenuto la residenza teatrale per tre anni, come pensate di sfruttarla?

“E’ stata un’ottima soluzione che vogliamo utilizzare per un’ulteriore professionalizzazione, ospitando compagnie, organizzando stage, laboratori e per ottenere qualche anteprima. A breve, ad esempio, avremo in residenza per una settimana Alessandro Serra, regista e fondatore di Teatropersona, che proverà da noi la sua ultima produzione. Offrire alle compagnie il teatro e l’assistenza della compagnia residente per poter provare le proprie produzioni prima del debutto, potrebbe essere il modo per arricchire il nostro cartellone con diverse anteprime a costi contenuti”.

Gli Arrischianti sono tra le realtà più apprezzate anche al di fuori di Sarteano, non a caso collaborate stabilmente con il Cantiere internazionale d’arte di Montepulciano. E’ difficile lavorare come area? Si può crescere ancora in questo senso?

“Molti di noi avevano già partecipato negli anni agli spettacoli del Cantiere, di recente la collaborazione si è rafforzata. Ora parliamo di co-produzioni, e l’aver scelto la nostra “Tempesta” come anteprima del Cantiere 2013 ci ha certamente fatto molto piacere. Sarteano tra l’altro è fra i Comuni aderenti alla Fondazione Cantiere e la collaborazione si sta consolidando ormai su più fronti. Io credo che l’importante sia che ciascuna realtà abbia una propria specificità e quindi possa interfacciarsi con le altre senza timore di essere “fagocitata”. Uno scambio positivo. Per esempio, di recente, i nostri registi Valentini e Fatini sono stati chiamati dalla Fondazione Orizzonti di Chiusi per allestire uno spettacolo teatrale per la prossima stagione“.

Non solo teatro, iniziative sociali, penso al tema dei diritti della donna, e grazie soprattutto all’impegno di Sergio Bologni, il “Sarteano Jazz & Blues”, un festival raffinato e di grande qualità. Siete già al lavoro per l’edizione di agosto 2014?

“Crediamo molto sulla valenza sociale del Teatro. Chi fa cultura non è avulso dal contesto e deve utilizzare i mezzi che ha a disposizione per stimolare una società sempre più distratta e veloce.
Per quanto riguarda il Festival Sarteano Jazz & Blues, viviamo una fase delicata. In tutti questi anni abbiamo visto crescere il Festival qualitativamente e come riscontro di pubblico. Purtroppo si sono chiusi molti canali di finanziamento: Fondazione MPS, Regione, Provincia. Le ultime edizioni sono state rese possibili con un sostegno del comune e grazie al contributo decisivo di investitori esterni, penso soprattutto alla Fondazione Monteverdi Tuscany. Per il 2014 stiamo ancora lavorando, non vogliamo certo interrompere un Festival che dura dal 1993, a cui siamo molto affezionati”.

 

 

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Rimanere leggeri (e umani)

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Di fronte a certi eventi tremendi, preferisco il silenzio. Ed invidio tanto chi ha peli sullo stomaco alti come sequoie tanto da inventarsi chiacchiere politiche sul dolore delle famiglie. Li invidio (e non solo).

A me certe cose mettono i brividi, tanti. Come solo il silenzio di un funerale di un suicida mette i brividi.

Ricordo sempre quello che ci insegnavano all’università parlando di etica professionale del giornalista: ci sono dati dell’Oms che dimostrano in modo chiaro che parlare dei suicidi fa aumentare il numero delle persone che decidono di togliersi la vita. E questa è deontologia professionale. Il resto, che è immensamente di più, è umanità.

Meglio tacere, oggi. E pensare che è bene ricordarsi di rimanere leggeri, sempre, nella vita. Anche quando sembra impossibile.

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Punto e a capo

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Il dittatore

Un punto piccoletto, superbioso e iracondo,
“Dopo di me – gridava – verrà la fine del mondo!”

Le parole protestarono:
“Ma che grilli ha pel capo?
Si crede un Punto-e-basta,
e non è che un Punto-e-a-capo”.

Tutto solo a mezza pagina
lo piantarono in asso,
e il mondo continuò
una riga più in basso.

Gianni Rodari

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I vigili e il verso giuto

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Anche per le primarie a sindaco leggo che in tanti comuni è tutta una lotta tra il “cambiare verso” e il “verso giusto”.

Sembriamo  vigili urbani.

Ma siamo sicuri sicuri che si porta la gente a votare per le amministrative (asili, scuole, opere pubbliche, sociale, ambiente…) scimmiottando lo slogan di un congresso politico nazionale?

Sicuri sicuri?

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Andrea s’è perso (e non sa tornare)

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L’ultima volta che l’ho visto Andrea girellava di notte per il paese, più spettinato e infelice che mai.

Andrea compariva e scompariva spesso dalle vie del borgo. Da ragazzini, ci veniva a trovare fuori dalle finestre delle scuole medie. Ripeteva il teorema di Pitagora a memoria, ci sorrideva volentieri, e scambiava giornaletti e braccialetti con le bambine. Qualche bulletto lo prendeva in giro (a una certa età si è scemi per legge). Mai cose troppo serie, perché gli si voleva bene. E finivano per far pace, fin tanto che era di buon umore. Era contento della compagnia dei ragazzini, perché era il più ragazzino di noi.

Qualche mese fa, un sabato sera, di rientro da una serata con gli amici, ci imbattiamo in una scena spiacevole. Davanti alla biblioteca, una macchina di cretini frena all’improvviso a pochi centimetri da lui per spaventarlo, prima, e prenderlo in giro poi. Musica a tutto volume. Sono su di giri.

Non è un Andrea allegro quello che cammina contro vento per Sarteano. È rabbioso, esasperato. Quella macchina di idioti gli abbaia come fosse un branco di cani. Andrea si dimena e piange e scappa nei giardini stringendo i suoi giornaletti colorati. Finché chi è con me, è più svelta e mi precede, e urla di andarsene a quella macchinata di jene. Pizzicati sul fatto, scappano con la musica a palla.

L’abbiamo chiamato da lontano, ma era già perso nei suoi castelli di rabbia. Solo qualche lamento portato via dal vento. Abbiamo dormito male quella notte.

E’ l’ultima volta che l’ho visto.

Qualche mese dopo, quando sotto Natale siamo passati a fare gli auguri alla casa di riposo con il sindaco e gli altri consiglieri, Andrea era chiuso in un stanza. Malato di una malattia nuova e incurabile. Come se non fosse abbastanza. Ci hanno consigliato di lasciarlo riposare e non disturbarlo.

Ecco, io non sono credente anche se spesso vorrei esserlo, e questo è uno di quei casi. Perché spero davvero che ci sia qualcosa, dopo la vita. E che gli vada meglio altrove. Perché sarebbe una vita di sofferenze senza senso. E sarebbe davvero troppo.

Ma non me la prendo con gli dei, piuttosto con le miserie degli uomini. Andrea, come tutti “i personaggi” di paese, era uno specchio rivolto verso la nostra comunità. Spero che ognuno di noi, guardandosi riflesso, non debba vergognarsi troppo.

Che la terra ti sia lieve.

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Le sculacciate

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E’ tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore, il silenzio, il sentimento, l’emozione e la paura, gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza e poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile”

Sorrentino vince l’Oscar per “La Grande Bellezza”. Il che mi rallegra molto e molto mi deprime. L’ho trovato un film estetico, per certi aspetti potente e fin troppo cinico. Forse non il miglior Sorrentino, ma capisco come possa incuriosire questa visione decadente, severissima di un’Italia insalvabile, fuori dall’Italia. Una Dolce vita amarissima.

Oggi si sprecheranno lodi e qualche banale detrattore tenterà di fare l’originale con articoli “Ecco perché la Grande Bellezza è una boiata pazzesca”. Sorrentino si merita di essere riconosciuto a livello internazionale per il suo stile, senza dubbio. Servillo finalmente può stare tra i grandi del cinema italiano senza pudori. Eppure mi mette un po’ di tristezza sapere che noi italiani – o almeno una parte – ci consoliamo solo quando veniamo sbeffeggiati.

Un po’ come quando l’ultra ottantenne Napolitano, rieletto capo dello stato a causa dell’incapacità della politica, ha fatto un discorso durissimo alle camere e ai deputati, contro i deputati stessi, i quali – non ho mai capito se consapevoli o no – lo applaudivano riverenti.

E’ in momenti come questo che emerge il nostro lato di paese infantile. Che continua a sbagliare, perché tanto troverà la redenzione in qualche isolato, gesto salvifico. La catarsi collettiva nei ritratti impietosi, come quello di Sorrentino. Dove l’occhio di Jep Gambardella è allo stesso tempo complice e giudice di un popolo senza speranza.  Dei bambini che hanno bisogno del conforto costante delle sculacciate per crescere.

Certo, ha vinto un film con tutte le cose di cui è fatto un film (i piani sequenza, i movimenti pazzeschi della camera, le luci sature, le psicologie sfumate eppure nitidissime), non un trattato sociologico. Ma non possiamo ignorare che Hollywood ha premiato anche una visione del nostro paese. Siamo passati in pochi anni dal Benigni de “La vita è bella”, che riproponeva il rodato immaginario degli “italiani brava gente”, campioni di fantasia e nell’arte di arrangiarsi; alle serpi gonfie di botox delle terrazze romane. Soggetti passivi, schiavi delle proprie miserie e incapaci di ogni rivincita personale; al massimo, ricoperti da una solida corazza di cinismo.

Siamo davvero contenti così?