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Le sculacciate

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E’ tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore, il silenzio, il sentimento, l’emozione e la paura, gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza e poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile”

Sorrentino vince l’Oscar per “La Grande Bellezza”. Il che mi rallegra molto e molto mi deprime. L’ho trovato un film estetico, per certi aspetti potente e fin troppo cinico. Forse non il miglior Sorrentino, ma capisco come possa incuriosire questa visione decadente, severissima di un’Italia insalvabile, fuori dall’Italia. Una Dolce vita amarissima.

Oggi si sprecheranno lodi e qualche banale detrattore tenterà di fare l’originale con articoli “Ecco perché la Grande Bellezza è una boiata pazzesca”. Sorrentino si merita di essere riconosciuto a livello internazionale per il suo stile, senza dubbio. Servillo finalmente può stare tra i grandi del cinema italiano senza pudori. Eppure mi mette un po’ di tristezza sapere che noi italiani – o almeno una parte – ci consoliamo solo quando veniamo sbeffeggiati.

Un po’ come quando l’ultra ottantenne Napolitano, rieletto capo dello stato a causa dell’incapacità della politica, ha fatto un discorso durissimo alle camere e ai deputati, contro i deputati stessi, i quali – non ho mai capito se consapevoli o no – lo applaudivano riverenti.

E’ in momenti come questo che emerge il nostro lato di paese infantile. Che continua a sbagliare, perché tanto troverà la redenzione in qualche isolato, gesto salvifico. La catarsi collettiva nei ritratti impietosi, come quello di Sorrentino. Dove l’occhio di Jep Gambardella è allo stesso tempo complice e giudice di un popolo senza speranza.  Dei bambini che hanno bisogno del conforto costante delle sculacciate per crescere.

Certo, ha vinto un film con tutte le cose di cui è fatto un film (i piani sequenza, i movimenti pazzeschi della camera, le luci sature, le psicologie sfumate eppure nitidissime), non un trattato sociologico. Ma non possiamo ignorare che Hollywood ha premiato anche una visione del nostro paese. Siamo passati in pochi anni dal Benigni de “La vita è bella”, che riproponeva il rodato immaginario degli “italiani brava gente”, campioni di fantasia e nell’arte di arrangiarsi; alle serpi gonfie di botox delle terrazze romane. Soggetti passivi, schiavi delle proprie miserie e incapaci di ogni rivincita personale; al massimo, ricoperti da una solida corazza di cinismo.

Siamo davvero contenti così?

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