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Dove crescono i funghi

IMG_0184Non lo sapremo mai dove crescono i funghi porcini. Dove si trovano i posti segreti in mezzo ai boschi, tra una spianata ed un fosso scivoloso. E non sapremo mai come si fa quel ragù che ha incantato tutto il nostro piccolo paese e come si comandano le donne di cucina. Perché l’unica cosa che ho capito è che “ci vuole pazienza”, per fare il sugo. Ed io non ce l’ho tanta. E non so che si prova a sentire le partite in camera da sola, alla radio, e poi telefonare ai nipoti per condividere la gioia, e più spesso le arrabbiature di una squadra che non va… “ma che c’hanno quelli nelle gambe”, facevi. Non eri dispiaciuta: eri proprio incazzata con quei brocchi. E non so come si passa da una vita di fatica e di lavoro, a rimanere fermi su una terrazza nella bella stagione a vedere il tempo che passa perché ci si stanca sempre prima a fare le cose.

Eri testarda come una capra, ma allegra e di spirito, furba come un volpino. C’hai fatto ridere anche di ritorno dall’ospedale l’ultima volta sull’acconciatura dei capelli “all’ultima moda”, tutti struffati dal cuscino. Una battuta alle quattro di notte, dopo aver rischiato quella pellaccia dura un’altra volta.

Non ti ci vedevi ammalata in un letto, e così hai fatto tutto alla svelta, di corsa, che non si patisca troppo.  Oggi avresti mugugnato di fronte a tutta quella gente, perché gli volevi bene ad uno ad uno, ma non avevi troppa voglia di farti compatire. Ho pensato che da un momento all’altro ci avresti fatto l’occhiolino, perché non ci si perdesse d’animo. C’è da vedere una partita, ascoltare la radio, andare a parlare con le amiche ai giardini, cogliere le fragole nell’orto, cambiarsi con i vestiti buoni per andare in paese, con i bastoni verde fosforescente da nordic walking.

Non c’ho fatto i conti ancora. Tutto troppo di fretta. Ed ora ce li faccio un po’ così, pubblicamente ma di spalle, come te nella foto. L’ultima volta che m’hai portato a funghi.

E mi ricorderò il panino col salame quando mi portavi a far le passeggiate, da bambino, e finivamo a far colazione sulla spianata di Palazzolino. Quando si giocava a carte al mare, le sere d’estate, e baravi per farmi vincere e con la mamma si moriva dal ridere. Il primo Saracino che abbiamo vinto nell’84, ma te lo sei perso perché io avevo cinque anni e mi scappava la cacca e mi avevi dovuto accompagnare a casa. Le feste di contrada e quelle del partito. Che intanto cambiava nome, ma per te era sempre uno. Le feste di compleanno con il flash delle tue macchinette fotografiche. Le telefonate alle otto e dieci del mattino per commentare le notizie del giorno. I racconti dei Caciaioli e di Pierone. Le luci di Natale che ti piacevano tanto. Il gelato alla nocciola (prendevi sempre quello). Gli anni dell’ansia per i viaggi. Con Duccio sempre in capo al mondo ed io che ti inventavo che andavo al mare in Maremma. Te lo confesso, non era vero, lo prendevo anch’io l’aereo e lo sapevi anche te, “ma mica so’ strulla”, borbottavi. Però si fingeva in due e non pativa nessuno.

Oggi ti s’è seguito tutti, lenti come lumachine, fino alla terra. C’era una fila lunga da non dirsi, sembrava il funerale di una regina. Fiori di tutti i colori che ti sarebbero piaciuti e ti avrebbero inorgoglita. Quel piccolo tocco di vanità, come le tue mani di contadina, ma sempre con lo smalto. I tuoi foulard colorati per la sera, qualche bandiera che sono convinto avresti portato volentieri con te.

“Volete metterla in alto?”, “No, a terra, si viene dalla terra – ha detto Duccio – e nella terra si deve tornare”. Niente di biblico: generazioni contadine, e così sia.

Abbiamo fatto tutti pace, Rosa. Coi ginocchi per terra e le lacrime salate. E ora puoi dirlo che è uno scherzo, che hai barato anche stavolta, come in quelle briscole al mare, e un asso l’hai tenuto da parte e lo giocherai alla fine per far sballare il banco. E ci farai ridere a crepapelle e non sarà successo niente e l’estate porterà le feste e la pista con le coppie che ballano il liscio, come sempre. E sarà tutto uno scherzo e una burla, proprio come la vita. Prima di un altro giro di valzer.

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