Le maschere.

a noi

 

Ieri notte un gruppetto di ragazzetti inneggiava al duce proprio sotto la mia finestra di camera. Nemmeno 14 anni, nemmeno in età da motorino. Mi viene da pensare che abbiamo fallito, da qualche parte, come comunità, come politica e ancor di più abbiano abbiano fallito i loro genitori.

Poi me li immagino – conoscendoli alcuni  e conoscendo le loro famiglie – nel ventennio fascista che citano così spensieratamente, senza sapere nemmeno bene cos’è. E me li vedo in fila, poveracci con i panni lisi e sporchi a lavorare sotto padrone, senza istruzione, né diritti, la terra bassa di queste terre. Me li vedo con le camice nere al soldo del mezzadro di turno, imbenzinati di vino liquoroso e medicato male, a farsi forza tra di loro prima di spezzare la schiena a qualche contadino orgoglioso. Subito dopo li vedo col vestito buono alle adunate in piazza in prima fila, e poi in divisa da militare, impacchettati per bene come carne da cannone e pronti per essere mandati a morire al fronte a vent’anni… che se poi non si torna indietro chi se ne frega. Tanto, male che vada, arriverà a casa una medaglia che una mamma disperata appenderà sopra al camino.

Ma tutto questo non lo sanno. Loro non si vedono nel ’38, io invece sì, li ho visti, ho visto le loro facce acerbe sputare parole più grandi di loro e mi intristisco. Li ho visti e sentiti mentre continuavano ad inneggiare al duce nel giorno di pasquetta, in un cielo senza luna, sotto la mia finestra. “Maschere di qualche iniziazione barbarica“, diceva Pasolini.  Ed io che mi rigiro nel letto senza trovare pace.

Il disagio del lunedì mattina (e la politica pop)

POP-TRE

Premesso che ho sempre meno tempo per guardare la tv (riesco a leggere con fatica i giornali). Trovo semplicemente deprimente il ploriferare dei politici nelle trasmissioni pop. Dalla Barbara D’#@!* (scusate ma non riesco a nominarla), alla De Fili##@* (idem).
Tutto è iniziato con l’ingresso del pop nelle trasmissioni di dibattito politico, qualche anno fa. Il risotto di D’Alema da Bruno Vespa, Rutelli a preparare insalate ad MTv (vi ricordate Andrea Pezzi?) e tutto l’armamentario dei Contratti con gli italiani del Berlusca (lui giocava in casa). Allora sembrava un’idea intelligente decontestualizzare la noiosa politica dei professionisti. Tutti all”inseguimento forsennato della pancia degli italiani, altro che corsa al centro!

Poi la politica ha invaso così tanto la tv da aver saturato l’attenzione dei telespettatori. I talk show sulla politica sono in crisi di ascolti quasi irreversibile.  Un chiacchiericcio sempre più violento e gridato da far venir sonno agli insonni. Mi odieranno i giovanissimi social media manager ed i comunicatori 7.0 tanto in voga, ma sono convinto che facendo così (facendo= “il PD” – così= “comparsate da clown”) non facciamo altro che adeguarci (prima) e contribuire (poi) al senso di spettacolo e di ridicolo che ammanta tutto.

E‘ la politica pop, bellezza. Colorata & Cartonata. Tremendamente U.S.A. & getta.  Solo che continuando così si toglie ogni minimo tentativo di autorevolezza alla politica. Quel briciolo di serietà che dovrebbe avere il ragionare di queste cose: e diventiamo col tempo pacificamente contendibili e sostituibili con comici e conduttori di trasmissioni scandalistiche (a proposito si candiderà Del Debbio a sindaco di Milano?).

Il contrario di pop non deve essere snob. L’alternativa non sono per forza le sezioni, il grigiore, la serietà mista ad austerità che nemmeno Breznev o la Tribuna Politica della tv in bianco e nero. Ma ci deve essere un luogo in cui il dibattito si fa confronto di idee, magari ironico ed intelligente, comprensibile e semplice per carità, ma non per forza un frittomisto trash scodellato in mezzo alle puttanate dello show-biz. Magari meno, ma meglio, ecco.

Ho come l’impressione che questo progressivo declino dell’autorevolezza della politica abbia il muovere sinuoso di un vortice. Pop, ma vorticoso. Un vortice che però si muove verso il basso, con decisa forza centripeta (tipo l’occhio scuro di un water).