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#Dopodinoi: finalmente una legge di civiltà

Il ‪”dopo di noi” è finalmente legge dello stato, e questa volta posso dirlo con orgoglio:  grazie al Pd. Finalmente si mette la persona disabile al centro di un progetto individuale che la prenda in carico sia durante l’esistenza in vita dei genitori, che dopo. Un primo passo che colma una lacuna storica e restituisce maggiore serenità, autonomia e inclusione sociale ai disabili ed alle loro famiglie.

Da segretario del Partito Democratico di Sarteano sono doppiamente soddisfatto, visto che sul nostro comune (oltre alle recenti azioni di abbattimento delle barriere architettoniche al Teatro, al Museo e  nei nuovi marciapiedi) è in atto la costruzione da parte della Misericordia di una nuova struttura proprio dedicato al “durante e dopo di noi”, che porrà la nostra cittadina all’avanguardia non solo per Sarteano ma per tutta la Regione Toscana.

Questo è possibile grazie all’importante investimento della Misericordia che con la nuova struttura di oltre 500 metri quadrati ha affrontato per prima un tema molto delicato: l’assistenza a quelle persone con disabilità gravi che restano senza sostegno familiare. Un progetto che ha visto anche il sostegno concreto dell’amministrazione comunale che ha contribuito al progetto anche materialmente, ovvero scomputando l’intero costo di costruzione, in modo da venire incontro all’operazione.

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Un segnale che la politica può ancora guardare a chi è più in difficoltà e che può essere raccontata per i risultati e non per le polemiche sterili o per gli scandali.

Dispiace che l’unica forza politica ad aver votato no sia il Movimento 5 Stelle, che come spesso accade (vedi unioni civili), preferisce stare in tribuna a criticare piuttosto che dare una mano a realizzare azioni concrete e utili ai cittadini. Si poteva fare meglio, dicono loro. Anche io potevo essere bello e biondo. Ogni tanto è meglio accontentarsi dei passi in avanti che star fermi, che ne dite?

 Quali sono le principali novità della legge:

  1. l’introduzione dell’istituto giuridico del trust, per salvaguardare il patrimonio da utilizzare per il figlio; la cancellazione dell’imposta di successione e donazione per i genitori, ad esempio per la casa di proprietà;
  2. la riduzione di aliquote e franchigie e le esenzioni per l’imposta municipale sugli immobili; l’innalzamento dei parametri sulla deducibilità per le erogazioni liberali e le donazioni;
  3. la detraibilità delle spese per le polizze assicurative, con l’incremento da 530 a 750 euro della detraibilità dei premi per le assicurazioni sul rischio morte.
  4. infine il  ministero del Lavoro ha istituito il Fondo per l’assistenza alle persone con disabilità grave prive del sostegno familiare, con una dotazione di 90 milioni di euro per quest’anno, 38,3 milioni per il 2017 e 56,1 milioni annui dal 2018 in poi
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La cuoca e il lanciafiamme

Ieri sera dopo cena, assieme a due fidi compagni, sono stato a casa di una famiglia per cercare di allargare il giro dei volontari per la prossima festa de l’unità di Sarteano, che ne abbiamo bisogno. E ogni tanto pensi che la politica fatta dal vivo in un piccolo paese sia una gran fortuna perché ti permette di rimanere in contatto con la vita vera delle persone, dei loro problemi. Tra sorrisi e caffé offerti, chiacchiere sulle elezioni a Roma e Milano, sui menù da fare e sulle difficoltà del tirare avanti la vita di tutti i giorni. Davvero una bella cosa la dignità delle persone semplici, si impara più che all’università, di come va il mondo.

cuoca
Poi torni a casa e vedi Alba Parietti che in tv fa l’opinionista politica, leggi di “lanciafiamme sul PD”, nemmeno fossimo su Apocalypse now, e vieni subissato dalle solite tiritere sulle percentuali di chi ha vinto o perso, che mi sembra di essere davanti a ragazzini delle medie che giocano a chi fa la pipì più lontano. Forse si è smesso di entrare in casa delle persone e dei loro problemi (ma non da ora, da anni) e poi ci stupiamo di perdere nelle periferie delle grandi città (ma non da ora, da anni). Per quanto riguarda le faccende interne al Pd, non so se sarò tra quelli rasi al suolo dal lanciafiamme o se me ne daranno uno in mano. Nella seconda ipotesi glielo restituirò subitaneamente, chiedendo, in cambio, una nuova cuoca per la festa de l’unità e un briciolo di sensatezza in più nelle cose che diciamo e facciamo.

Anche i bambini ci guardano (ma non ci capiscono).

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Tante idee e confuse sul referendum “trivelle”

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Alcuni noiosissimi appunti sul referendum del 17 aprile. Se volessi catturare le simpatie della rete dovrei dire solo che voto SI’ e pubblicare le foto di due gabbiani coperti di petrolio o di un delfino che sguazza felice nel blu del mare. Perdonatemi, ma non ce la faccio.
Posto che sono ancora molto, ma molto indeciso sul tema, butto giù alcuni punti, molti dei quali magari superflui, spero non troppo faziosi:

– il referendum tratta la durata delle concessioni delle piattaforme attualmente attive entro le 12 miglia dalle coste italiane modificata dall’ultima legge finanziaria;

– se vince il sì le concessioni attuali scadranno alla loro scadenza naturale (5-10-20 anni a seconda dei casi), se vince il no o l’astensione le piattaforme continueranno ad estrarre gas o petrolio fino alla fine del giacimento;

– si tratta del primo referendum attivato dai consigli regionali (tutti a maggioranza PD) contro un articolo della legge del Governo del loro stesso partito, e non da un movimento popolare di raccolte firme ecc.;

– la concessione di nuove concessioni di ricerca e coltivazione entro le 12 miglia sono già vietate dalla legge italiana (lo stesso provvedimento del Governo contro cui siamo chiamati a votare) che PER FORTUNA è una delle più stringenti in Europa ;

– attualmente, le concessioni per la ricerca e l’estrazione di idrocarburi in mare sono in tutto 69. Solo 35 di queste si trovano entro le 12 miglia. Di queste, 3 sono inattive, 5 nel 2015 sono risultate improduttive e 1 (Ombrina Mare, al largo dell’Abruzzo) è sospesa fino alla fine del 2016. Restano produttive 26 concessioni per un totale di 79 piattaforme marine (off-shore) che estraggono idrocarburi da 463 pozzi sottomarini;

– delle 79 piattaforme, la maggior parte estrae gas, in minima parte petrolio (l’Italia non ne è ricca);

Altre considerazioni (più personali):

– le 79 piattaforme delle quali si sta parlando producono una percentuale bassa ma non insignificante del fabbisogno energetico dell’Italia, il 2-3% forse è paragonabile a quanto serve alla città di Milano, o Roma. Porsi il tema di come verrà rimpiazzato questo fabbisogno poteva essere un argomento di discussione serio? Secondo me sì: si importa più gas da Putin? Più navi petroliere dal Golfo? Oppure si fa più fotovoltaico? Geotermico? Pale eoliche? Impianti a biomasse? Dove? Come? Quanto? (Gli stessi iper contrari alle trivelle poi sono d’accordo sul resto?);

– il conflitto Regioni – Governo poteva essere risolto in casa PD senza andare a referendum, quindi la prima responsabilità di tutto questo marasma, compreso di voi che leggete ed io che scrivo è del mio partito, su questo non ci sono dubbi… ;

– sul tema dell’astensione, è vero che non è mai un bel messaggio quello di non votare, ancor di più se è il Presidente del Consiglio a dirlo, ma è anche vero che non sono elezioni (alle quali si DEVE votare sempre, per me): è un referendum abrogativo  e se i nostri costituenti hanno inserito un quorum nei referendum abrogativi un motivo ci sarà, ovvero che la materia sulla quale si è chiamati alla consultazione deve intercettare o meno l’interesse della maggioranza più uno degli aventi diritti, se non interessa, si desume non fosse rilevante;

– il tema del futuro è la sostenibilità energetica del nostro stile di vita, delle nostre città, delle nostre imprese… l’obiettivo del 20-20-20 va perseguito con forza, ma non credo che la chiave del mettere l’ambiente in contrapposizione con l’energia come è stato fatto in questo casino di propaganda sul referendum sia un modo serio per affrontarlo;

– togliere 79 piattaforme al termine della concessione o all’esaurirsi del giacimento (questo il cuore del referendum) può essere considerato un segnale forte ed un passo un avanti verso la riconversione energetica o un disastro occupazionale (come dicono i sindacati), in ogni caso non cambia la sostanza: dobbiamo favorire il passaggio alle energie rinnovabili se vogliamo dare una prospettiva ai nostri figli, ma non ce la faremo comunque per i prossimi 50 anni, nel frattempo dobbiamo scegliere da chi prendiamo la nostra energia (Russia? Francia? Emirati Arabi? Quatar?) e come si lavora seriamente per favorire la transizione alle sostenibili – REFERENDUM O NON REFERENDUM. Ecco vorrei che tutto quei SI’ poi non diventassero i diecimila NO dei piccoli comitati locali contro eolico, geotermico, fotovoltaico, centrali a biomasse eccetera eccetera;

– questo referendum è stato un fiorire di facili slogan con i delfini e i bambini sulla spiaggia, che credo non sia un metodo corretto di parlare della questione, il tema dell’ambiente sta a cuore a tutti, ma più mi sto informando più mi sembra di essere stato preso in giro. Da una parte petrolieri lacrimevoli e disperati che non pagano un cent di royalties e dall’altra gli allarmismi un o’ ipocriti degli ambientalisti più conservatori;

– ecco: c’è il problema delle royalty, ovvero di quanto le imprese pagano lo Stato italiano per le concessioni, tema vero, che merita di essere affrontato. Sono basse, molto basse e sono d’accordo ad innalzarle, ma questo non c’entra con lo svolgimento del referendum;

– può interessare più o meno i cittadini, ma ultimo tema: tutte le forze politiche di opposizione, dalla sinistra superambientalista, alla destra estrema, passando da Grillo, Meloni, Casapound, Lega Nord e Forza Italia sono per il SI’ (il PD, stranamente è diviso in tre tronconi: l’astensione, il sì, il no), il che mi fa pensare che sia più forte il tentativo di dare una spallata a Renzi che una vera riflessione sul tema e sono ancora più convinto che un referendum su un quesito così specialistico sia fatto male.

Questi punti possono essere tutti oggetto di una lunga discussione, lo so.
Ancora non so cosa farà domenica prossima: se voterò e cosa voterò. Visto che non lo interpreto come un voto per l’ambiente ma su un aspetto davvero minuscolo di tutto il futuro ambientale che abbiamo davanti.
Ho una settimana per rifletterci su.

Spero anche voi.

 

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Le maschere.

a noi

 

Ieri notte un gruppetto di ragazzetti inneggiava al duce proprio sotto la mia finestra di camera. Nemmeno 14 anni, nemmeno in età da motorino. Mi viene da pensare che abbiamo fallito, da qualche parte, come comunità, come politica e ancor di più abbiano abbiano fallito i loro genitori.

Poi me li immagino – conoscendoli alcuni  e conoscendo le loro famiglie – nel ventennio fascista che citano così spensieratamente, senza sapere nemmeno bene cos’è. E me li vedo in fila, poveracci con i panni lisi e sporchi a lavorare sotto padrone, senza istruzione, né diritti, la terra bassa di queste terre. Me li vedo con le camice nere al soldo del mezzadro di turno, imbenzinati di vino liquoroso e medicato male, a farsi forza tra di loro prima di spezzare la schiena a qualche contadino orgoglioso. Subito dopo li vedo col vestito buono alle adunate in piazza in prima fila, e poi in divisa da militare, impacchettati per bene come carne da cannone e pronti per essere mandati a morire al fronte a vent’anni… che se poi non si torna indietro chi se ne frega. Tanto, male che vada, arriverà a casa una medaglia che una mamma disperata appenderà sopra al camino.

Ma tutto questo non lo sanno. Loro non si vedono nel ’38, io invece sì, li ho visti, ho visto le loro facce acerbe sputare parole più grandi di loro e mi intristisco. Li ho visti e sentiti mentre continuavano ad inneggiare al duce nel giorno di pasquetta, in un cielo senza luna, sotto la mia finestra. “Maschere di qualche iniziazione barbarica“, diceva Pasolini.  Ed io che mi rigiro nel letto senza trovare pace.

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Il disagio del lunedì mattina (e la politica pop)

POP-TRE

Premesso che ho sempre meno tempo per guardare la tv (riesco a leggere con fatica i giornali). Trovo semplicemente deprimente il ploriferare dei politici nelle trasmissioni pop. Dalla Barbara D’#@!* (scusate ma non riesco a nominarla), alla De Fili##@* (idem).
Tutto è iniziato con l’ingresso del pop nelle trasmissioni di dibattito politico, qualche anno fa. Il risotto di D’Alema da Bruno Vespa, Rutelli a preparare insalate ad MTv (vi ricordate Andrea Pezzi?) e tutto l’armamentario dei Contratti con gli italiani del Berlusca (lui giocava in casa). Allora sembrava un’idea intelligente decontestualizzare la noiosa politica dei professionisti. Tutti all”inseguimento forsennato della pancia degli italiani, altro che corsa al centro!

Poi la politica ha invaso così tanto la tv da aver saturato l’attenzione dei telespettatori. I talk show sulla politica sono in crisi di ascolti quasi irreversibile.  Un chiacchiericcio sempre più violento e gridato da far venir sonno agli insonni. Mi odieranno i giovanissimi social media manager ed i comunicatori 7.0 tanto in voga, ma sono convinto che facendo così (facendo= “il PD” – così= “comparsate da clown”) non facciamo altro che adeguarci (prima) e contribuire (poi) al senso di spettacolo e di ridicolo che ammanta tutto.

E‘ la politica pop, bellezza. Colorata & Cartonata. Tremendamente U.S.A. & getta.  Solo che continuando così si toglie ogni minimo tentativo di autorevolezza alla politica. Quel briciolo di serietà che dovrebbe avere il ragionare di queste cose: e diventiamo col tempo pacificamente contendibili e sostituibili con comici e conduttori di trasmissioni scandalistiche (a proposito si candiderà Del Debbio a sindaco di Milano?).

Il contrario di pop non deve essere snob. L’alternativa non sono per forza le sezioni, il grigiore, la serietà mista ad austerità che nemmeno Breznev o la Tribuna Politica della tv in bianco e nero. Ma ci deve essere un luogo in cui il dibattito si fa confronto di idee, magari ironico ed intelligente, comprensibile e semplice per carità, ma non per forza un frittomisto trash scodellato in mezzo alle puttanate dello show-biz. Magari meno, ma meglio, ecco.

Ho come l’impressione che questo progressivo declino dell’autorevolezza della politica abbia il muovere sinuoso di un vortice. Pop, ma vorticoso. Un vortice che però si muove verso il basso, con decisa forza centripeta (tipo l’occhio scuro di un water).

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Perché sosterrò il sì al referendum costituzionale.

 

yes

Si dice che con le riforme non si mangia, può darsi sia vero. Ma uno Stato che funzioni meglio, che costi meno, che tolga gli alibi alla politica e che rappresenti meglio i territori credo faccia bene a tutti. Per questo voterò con convinzione il sì al prossimo referendum sulla riforma costituzionale promosso dal governo Renzi e dal Pd. Perché nel merito ne condivido i contenuti e le finalità (e non per rispondere a plebisciti su questa o quella figura).

Costituzione e Resistenza. La Costituzione della Repubblica Italiana nata dalla Resistenza non verrà toccata nella prima parte, ovvero quella dei principi fondamentali che regolano la nostra convivenza e che sono stati conquistati con il sacrificio dei nostri partigiani. Questa per me è una garanzia ed una premessa doverosa. Verrà invece aggiornata la seconda parte, quella che regola il sistema delle competenze tra Stato e Regione, e soprattutto sopprime il Senato come lo conosciamo oggi, mettendo fine al farraginoso bicameralismo (im)perfetto che ha prodotto più infinite carriere parlamentari, che buona politica.

Uno Stato più snello. Una sola camera, la Camera dei Deputati, voterà le leggi ordinarie e darà (o potrà togliere) la fiducia ai Governi in carica. Basta doppie letture, basta tempi eterni per approvare le leggi. Un Parlamento “dimagrito”, più semplice e più veloce credo sia il desiderio di tutti, dei cittadini e della politica che sta sui territori. Questa idea non nasce oggi, ma ha sempre fatto parte della storia della sinistra democratica italiana, era addirittura nel programma de l’Ulivo del 1996 (qualche era geologica fa).

Via 315 senatori (e i loro lauti stipendi), dentro i territori. Non solo si tagliano i costi della politica, ma si mette fine a quella che ormai è diventata una sovrapposizione tutta italiana: siamo rimasti tra ai pochi paesi occidentali ad avere due camere elettive che fanno praticamente le stesse cose. Votando sì al referendum si mette fine al Senato come lo conosciamo oggi: tagliate 315 poltrone, i senatori saranno 100 (senza ulteriori indennità): 74 saranno consiglieri regionali, 21 sindaci e 5 membri nominati dal presidente della Repubblica. Il Senato non voterà tutte le leggi come adesso (basterà la Camera) ma verrà chiamato in causa solo per particolari provvedimenti, elezioni del capo dello stato, in  materia costituzionale, o leggi che riguardano gli enti locali ed Europa.

Basta alibi. Milito nel Partito Democratico e voto sì perché non voglio più trovarmi al governo con Alfano, Cicchitto & company. Non voglio più vivere nell’ansia che ogni due provvedimenti “di sinistra”, il Governo debba dare un contentino “di destra” per tenere buoni questi strani alleati temporanei. Mi piacerebbe vivere in un paese in cui si vota e la sera stessa (o al massimo dopo 15 giorni se c’è il ballottaggio) si conosce chi ha vinto e chi ha perso. Chi vince ha l’onere di governare, chi perde di fare opposizione. Dopo cinque anni i cittadini giudicano, votano e dicono la loro. Basta questa melassa indistinta, con governi di coalizione forzose che finiscono solo per alimentare l’antipolitica.

I benaltristi. Il dibattito nei prossimi mesi produrrà due figure ormai mitiche: i “benaltristi” ed i “catastrofisti” (altra cosa sono i contrari, che per carità, sono fisiologici e rispettabilissimi). I primi ci verranno a dire che c’è benaltro a cui pensare e non le riforme. Il che è vero, per carità, ma è vero sempre, per ogni tema… se adesso c’è questo: ragioniamo di questo. I secondi dipingeranno un futuro apocalittico se passasse la riforma in modo da spaventare i cittadini: dittature novecentesche e invasioni aliene. Come se eleggere un parlamento dimagrito, con una maggioranza chiara che poi si assume l’onere di governare (come in un Comune, in una Regione), fosse un disastro e non il normale funzionamento di una democrazia moderna.

Si poteva fare meglio? Sempre sì può far meglio, ma rimandare sempre, equivale a non decidere mai. Ed il tempo, in politica come nella vita, non è un fattore trascurabile. Come ogni riforma, ci sono singole obiezioni e critiche su determinati aspetti dignitosissime, alcuni passaggi potevano essere discussi e approfonditi di più (anche dentro al Pd)… ma la domanda di fondo che poi, concretamente, avremo davanti è la seguente: facciamo rimanere tutto così per altri venti o trent’anni oppure si cambia (in meglio)? Per me non ci sono dubbi su da che parte stare.

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Tre inverni [Better ideas (are flying dogs)]

Tra il 2010 ed il 2012 ci rinchiudemmo qualche nottata con un paio di amici a suonare fino allo sfinimento nel mio casotto in campagna. Tre inverni passarono tra idee mirabolanti, dubbi e sperimentazioni. Il tutto registrato con strumentazioni d’ante guerra. Tipo fare gli effetti speciali 3d di Star Wars con un Amiga 600.

Di quelle serate conserviamo una serie di registrazioni che – ne sono sempre più convinto – non sfigurerebbero tra i b-sides dei Radiohead, o in un’idea di pezzo dei Wilco, dei  Mogwai o in una jam session di qualche band alternative canadese tipo Arcade Fire o Broken Social Scene.

Eppure è rimasto tutto sepolto in poche cartelle dentro ai nostri pc. Peccato. Averci il tempo. Averci voglia. Averci convinzione. E tanti puntini puntini.

In ogni caso, tra i pezzi che abbiamo sepolto in quei mesi là, questo è il più classico, probabilmente, ma il più limato a livello di suono. L’Amiga 600 ogni tanto può sorprendere. Il video è stato fatto in mezz’ora, non fateci caso.  Per il resto, buon ascolto.

Ps: Ah, i tre moschettieri eravamo io, il Narde ed il Pascu. Ora tutti e tre in ben altre faccende affaccendati tra dottorati di ricerca in Svizzera, tenute di miliardari americani in borghi toscani e figli in arrivo.