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Il grunge e il parco delle Magnolie

Non c’era la rete e nemmeno Napster (figuriamoci Spotify). Per ascoltare i dischi, anzi i cd, dovevi comprarli, farteli registrare su una cassetta da un amico o ordinarli dal catalogo Nannucci. Per essere aggiornato sulle ultime uscite c’erano Rockstar e Rumore, Videomusic ed MTV e qualche amico più informato di te.
Tra le medie e il liceo arrivano le chitarre elettriche. Gli amici che ascoltano il metal. Quelli finiti negli anni ’70. Quelli che soltanto il punk. Quelli che la prog, il resto è banale. Per me c’era la scena di Seattle.
La prima volta che cerco di comprare un disco di quel suono lì scambio gli Spin Doctors per i Nirvana, ma fa lo stesso, li tengo comunque. Poi arrivano Singles e Clercks (i film), i Simpson, Twin Peaks e i Pixies, ma soprattutto il trittico Pearl Jam , Nirvana e Soundgarden. Cornell è il padre nobile con quella voce che fa tremare i muri. Cobain il figliol prodigo, Vedder una specie di santone indiano. Alice in Chains e Stone Temple Pilots fanno da comprimari. Mudhoney e Black Flag per darsi un tono. I Mad Season per intenditori. Smashing Pumpkins (che per illusione ottica vengono inglobati in quella scena, ma non c’entrano nulla), Counting Crows e R.E.M. ci portano in altri angoli d’America.  Altre decine di band che ereditano quel suono lento/forte e testi depressissimi. Per anni li ho suonati dietro la batteria (assieme a tanta altra roba), con amici consapevoli che i palchi di provincia prediligevano il suono classico dei Led Zeppelin e dei Pink Floyd.
Quando seppi che c’era un disco in cui Eddie Vedder e Chris Cornell cantavano insieme cominciai a cercare ovunque, ma i “Temple of the dog” sembravano non essere mai sbarcati in Italia. Dopo qualche tempo, ormai rassegnato, in gita fuori porta, lo trovai per caso in un negozietto vicino piazza Duomo, a Firenze. Tornato a casa li misi a tutto volume nello stereo e mi sembrò il suono più bello del mondo. Mi ricordo perfettamente il momento: ero in ritardo per la partitella con gli amici, alla terza canzone mi ero già cambiato con i pantaloncini e mi toccò scendere per giocare a calcio al parco delle Magnolie (prima che ci fossero tutti quegli alberi) con l’ansia di tornare a casa per finire il disco. L’avevo cercato per settimane e mi era toccato lasciarlo a metà.
Era una giornata di sole, eravamo adolescenti, il grunge era ancora vivo. Il presidente degli Stati Uniti era Bill Clinton, Corrado Guzzanti e la Dandini erano l’unico antidoto ad una tv filo-berlusconiana fin dentro le viscere.
Hunger Strike con quell’arpeggio in Sol sarebbe potuta durare dieci anni e noi lì dentro a dondolarci tra Vedder e Cornell. Senza soluzioni e con un vago senso di ribellione sopita (il movimento No global, Genova e il G8 di lì a poco).
Ecco, spiegato cos’è stato il grunge per chi non c’era: la nostra giovinezza provinciale. Ora che anche Cornell ha fatto questa tremenda cazzata, (pen)ultimo dei cantori della Generazione X, sbuca un capello bianco in più, e un pomeriggio di vent’anni si cancella per sempre.
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