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La foto della banda (3 agosto 1940)*

(*Mi è capitato di scrivere un romanzo lungo ed arzigogolato che corre lungo il ‘900 di qua e di là dall’Oceano seguendo una specie di saga familiare disgraziata. Non so se troverà fortuna nell’essere pubblicato, se ne ha il valore, se è abbastanza accattivante. Ragionandone con chi lo fa di mestiere, ed in particolare con un editore potenzialmente interessato, mi sono state suggerite alcune accortezze: intanto di sfoltirlo di alcune digressioni che con l’intreccio hanno poco a che vedere. Oltre 300 pagine per un esordiente, sono – pare – un’eresia. Accettato il consiglio, il brano che segue è proprio uno di questi “tagli”che m’è toccato infierire al testo. Rispetto ad altri parti soppresse, rileggendolo dopo mesi, ritengo che conservi una sua piccola dignità, e pertanto lo affido a questo minuscolo spazio sul web ed ai miei soliti 4 lettori. Buona lettura).



Il cortile del convento di Santa Chiara, in una giornata assolata qualsiasi che cuoce le persone senza riparo, come il forno col pane. Di luce riflessa, che schizza sulle pietre dell’Orcia lisciate dal vento e dai secoli di piogge e pedate di persone buone o cattive, soldati o prelati, comunque passate di lì.

Sulla graniglia bruna e fina del piazzale spuntavano ciuffi di verde senza eleganza, che i fraticelli si abbassavano a pulire di tanto in tanto, ma non d’estate; che tanto l’avrebbe seccata il sole, e se ne sarebbe andata da sé: era l’erba che cresceva, testarda e rampicante, anche in cima al borgo, dove tutto è solo roccia. Fin sopra alla possente cinta delle prime mura, dove il convento si appoggia come un ubriaco ad un lampione di notte.

Un tempo, dalla sommità del castello veleggiavano bandiere di città in perenne lotta tra loro. Quando da valle si vedeva sventolare un nuovo colore, i contadini e i pastori sapevano che il dominio era passato di mano. Ora Siena, poi Orvieto, Perugia e così d’accapo.

Messi tutti assieme, nel cortile del convento, sembravano tanti. Molti di loro non avevano proprio idea di cosa fosse quel marchingegno di metallo, perché si dovesse star fermi come ebeti, tutti in fila a fare questa cosa che chiamavano “fotografia”.

Da lassù sarebbe partita la marcia della banda. Fino alla piazza centrale, passando per la ruga di mezzo, per chiudere con il concerto vero e proprio ai giardini pubblici, accanto al grande spiazzo dove di solito si tiene il mercato e la fiera delle bestie al venerdì.

Avrebbero suonato davanti alle prestigiose autorità convenute persino dal capoluogo, e ad una festosa cittadinanza radunata per il saluto dei suoi giovani soldati in partenza per servire la patria in guerra. Ragazzi tremanti e orgogliosi, stretti alle fidanzate piagnucolanti, e le mamme poco lontano, con le mani intrecciate nei rosari.

Prima di tutto questo però, doveva essere una giornata gloriosa per la piccola Filarmonica, che si sarebbe dimezzata anch’essa per la chiamata di leva e di guerra. Per questo doveva essere immortalata dentro ad una fotografia, con tutti i suoi 54 elementi. Per l’occasione si erano dovuti vestire con una camicia chiara ed un pantalone scuro, ognuno come poteva. L’unico segno di divisa era il solito cappello bianco che li faceva sembrare una ciurma di marina senza mare, con lo stemma centrato sopra la visiera e le mostrine color oro su una fascia blu.

Erano stati affidati alla maestria del famoso Gilberto Tressoldi, chiamato appositamente dall’alto Trasimeno, per fare un lavorino di fino. Il suo impareggiabile armamentario, avvolto in un panno di lana scozzese, e appoggiato sul cassone del suo camioncino verde smeraldo, rappresentava per costoro il simbolo fulgido e splendente della modernità imperante.

Il dottor Tressoldi, con i suoi occhiali tondi e leggeri da intellettuale, li aveva disposti a forza di berci feroci, in semicerchio, pari pari a come si richiamano le bestie dal pascolo. Il povero fotografo aveva di che lamentarsi, chi se ne stava seduto in cima al pozzo, chi accovacciato per terra, chi si lagnava che non c’aveva voglia di starsene imbambolato come un tonto e che se erano venuti con uno strumento in mano era per suonare, mica per guardarsi nelle palle degli occhi.

La grande fatica di gestire l’ottusità ostile dei bombardini, soprattutto. I musicanti col clarinetto, per indole garruli ed acuti, se ne stavano in prima fila senza vergogna a guardare dritto l’obiettivo e tirarsi pizzicotti nel sedere tra di loro. Curiosi come allodole. Gli ottoni, suonati da gente maschia con due polmoni grandi come ceste di porcini, preferivano la seconda fila: i genesis, i tromboni e le due trombe. Il tamburino stava a lato, quasi scansato che mica suonava uno strumento, quello. Accanto a lui, impalato e rigido che pareva un cadavere se ne stava il più boncitto di tutti: Rodoteo, uno dei tanti matti di paese. Ogni volta che gli toccava battere i piatti si portava le mani alle orecchie, con l’ovvio risultato di tirarsi degli schiaffoni tremendi sulle guance. Ogni concerto, metteva in scena quella tremenda scazzottata contro sé stesso dove finiva comunque per buscarne.

Rodoteo faceva coppia con un altro personaggio preso in giro dai bambini. Si trattava di Borchione, un garzone tonto e grosso come un vitello, ma che non sbagliava un colpo di grancassa si facesse notte subito.

A parte i clarinetti, nessuno guardava in camera, chi a testa bassa chi a chiacchiere di cose sue. Un trombone era tutto concentrato ad esplorasi le narici, con risultati che giudicava  via via eccellenti. I flauti erano tutti girati a parlare con i passanti e a salutare le mogli. Settimio, un bombardino dalle segrete simpatie comuniste, approfittava del chiasso per scolarsi un fischietto di vino. Ogni tanto faceva finta di offrirlo in giro, ma se lo rimetteva lesto giù per terra, in mezzo ai piedi. In tasca aveva anche un pezzettino di cacio e ogni tanto ci lasciava un morso, tanto per assodare. Anche stavolta avrebbe lasciato una marea di bemolle per strada.

Il capo banda, Enzo del Poderone di professione arrotino, se ne stava in prima fila, davanti a tutti. Aveva due baffetti sottili e brizzolati al punto giusto, che soltanto lisciandoseli, faceva vacillare più matrimoni di un Rodolfo Valentino. Se ne stava con gli occhi fissi sull’obiettivo, sguardo leggero e volutamente languido; come quando fissava la mal capitata vittima di turno, e questa finiva dritta in chiesa a confessarsi dal prete per le malevoglie. Nel frattempo un po’ di donne vestite a festa con in braccio i bimbi si fecero intorno ai suonatori per fargli toccare gli strumenti e mettersi i cappelli dei babbi. Ottavia, la più piccola, se ne stava sulle ginocchia della cugina Olivia, figlia dell’arzillo tamburino, e lì scalciava e piangeva come un ossesso. S’era punzecchiata le gambette bianche e striminzite con l’ortica, ma nessuno l’aveva capito.

«Ferma piccina, da brava. Stai ferma e sorridi», provava a convincerla il fotografo Gilberto.

Ma il poveretto riusciva a calmarne uno, e si rimuovevano in dieci. Il Tressoldi uscì per la terza volta da sotto il mantello senza aver compicciato nulla. La pazienza era finita. Intanto se la prese col capobanda, era lui che l’aveva chiamato ed era lui che doveva ritenersi responsabile di quell’anarchia: che non si poteva più andare avanti a quel modo, che mica s’era fatto tutti quei chilometri con il suo babbo a letto malato e debole come un’acciuga per farsi prendere in giro da quei contadini ignoranti. E se non la volevano questa fotografia, poco male, bastava dirlo e avrebbe ripreso armi e bagagli e tanti saluti, villani che non siete altro.

Cercò di intervenire il farmacista Ennio Romani detto “Vedrai”, che poi era il presidente di quella Filarmonica. «Caro Gilberto, vedrai: poco, ma ti si paga, che credi! Bisogna aver pazienza e tanta fede e carità. Sono mezzi contadini, sanno leggere e scrivere giusto se li prendi a zampate, figuriamoci se sanno star fermi e buoni, vedrai».

Anche il Romani provò l’ennesima raccomandazione senza successo. Aveva una voce stridula e fastidiosa, da bambino imprigionato in un corpo da vecchio. L’effetto fu quello di sempre: nessuno che lo prendesse mai sul serio.

«Povero nonno, quanta fatica sprecata, per queste dannate bestie. Tutta carne da cannone sono, altro che musicisti!» bisbigliò Gilberto Tressoldi, ad un passo da crisi di nervi.

Delle volte, per capire lo sconforto di una persona, e spesso per intuirne il proseguire del destino, bisogna risalire la sorgente di quel dolore nascosto ed arrivare al preciso momento in cui una sommatoria di fatti, azioni, interdipendenze e casualità, hanno cambiato il  naturale trascorrere degli eventi.

Artemide Tressoldi, padre di Arago e nonno di Gilberto, era stato tante cose in vita sua. Garzone di bottega, chimico provetto, artista, mercante e mezzo imbroglione. Per il villaggio di pescatori in cui aveva finito i suoi giorni, era solo un vecchio pazzo circondato da ampolle di vetro in una capanna a ridosso del Trasimeno. Per suo nipote era stato un grande inventore. Di sicuro, quello che i pescatori non sapevano era che Artemide aveva passato gran parte della sua vita nella capitale culturale d’Italia di metà ottocento: Firenze.

Questa storia si svolse esattamente cento anni prima di quella scenetta sgraziata di una banda imbizzarrita nel cortile di un convento. Il giovane Artemide si stava faceva le ossa dentro le botteghe artigiane della città, lì dove si era garzoni, artisti e scienziati nella stessa giornata e con la stessa paga: poca. E fu in quel mondo con l’odore di segatura, piombo fuso, inchiostro per le stampe, stracci e tempere che entrò in contatto con quella che sarebbe stata la sua vera, unica, passione di una vita: l’arte della fotografia. Ma andiamo per ordine.

Una mattina di fine gennaio del 1839 il suo padrone, Luigi Bardi, rinomato calcografo alla corte del Granduca entrò in bottega sventolando una copia di un gazzettino locale rimediato al mercato dei Ciompi, il “Giornale privilegiato di Lucca”. Artemide stava lavorando a china delle litografie con dei paesaggi rurale per una importante commessa, assieme ad una mezza dozzina di altri apprendisti. All’ingresso impetuoso del Maestro, alzarono tutti il capo, tenendolo storto come un punto interrogativo.

«Guardate qua che sciagura!- esclamò a petto gonfio il Bardi, con il volto gelido di terrore – che tremendo e diabolico prodigio è stato inventato oltralpe! La fine dell’arte! La fine della poesia e dell’arte manuale! Maledetti giacobini senza Dio! Un diabolico processo per passare dall’occhio alla materia senza pennelli o scalpelli, né china né tempere. Senza l’arte! Senza noi artisti! La fine! La fine di noi tutti miei giovani allievi! Me tapino, me sciagurato, che tempi funesti ci si parano davanti per colpa dei francesi!».

Ad Artemide si illuminarono gli occhi. Non aveva capito bene, o forse non del tutto. Si gettò per terra a recuperare le pagine di giornale che il suo padrone aveva strappato in mille pezzi. Pareva proprio che i francesi avessero inventato quello che da tempo egli stesso fantasticava nella sua mente: uno strumento per sconfiggere il progredire del tempo. Una macchina per lasciare un’immagine al suo eterno presente. Senza artifizi, manipolazioni, inganni: giusto così com’è. Nuda essenza da mirare e rimirare all’infinito senza giudizi, né aspettative. Una rivoluzione filosofica, artistica, religiosa! Natura, pura natura!

Il nome di questa invenzione, era difficile, minaccioso eppure sublime come una formula magica: a Parigi, avevano inventato il “dagherrotipo”, l’antenato della fotografia.

Si trattava di un processo chimico ancora tutto da rodare, sia chiaro, ma dal risultato comprovato e confermato da decine e decine di esperimenti. Tutta l’alta società europea, gli uomini di scienza ed i letterati ne stavano parlavano in quelle settimane. Le scienze si sarebbero fatte trovare pronte a questo gigantesco passo in avanti? Fissare su un corpo laminare un’immagine fisica, quali conseguenze avrebbe avuto per la trasmissione e la veridicità delle informazioni? Era ancora presto per dirlo, ma già si intuiva che una nuova epoca era alle porte: quella della riproducibilità dell’opera d’arte.

Di lì a qualche settimana, fu proprio Firenze ad ospitare il primo esperimento di quel rudimentale antenato della fotografia. Il 2 settembre 1839, precisamente alle ore 2 e tre quarti pomeridiane, al Museo di fisica e storia naturale, il preparatore delle lezioni di fisica, e non ancora professore, Tito Puliti, realizzava il primo esperimento italiano di dagherrotipia. Il primo di quel genere in Europa, al di fuori dalla Francia. 

Si trattava di un procedimento complesso, sul quale il buon Tito era stato rigorosamente istruito dai colleghi parigini in un suo recente viaggio all’Accademia di Francia. Lì aveva conosciuto Louis Daguerre in persona e Francois Jean Dominique Arago, già noto matematico, fisico ed astronomo e principale mentore dell’inventore, con i quali aveva realizzato alcuni esperimenti e discettato lungamente su luce e materia.

Di fronte allo scetticismo generale dei suoi colleghi, ed agli occhi di un giovane Artemide Tressoldi, nascosto tra il pubblico, Tito Puliti si dilungò su quei sommi colloqui ed  esimie referenze, prima di iniziare la sua procedura, pronto a sbalordirli tutti.

Inforcò gli occhiali protettivi, e piazzò un umile cesto di frutta di fronte ad una lastra di rame ricoperta d’argento, immergendola nei vapori di iodio. Come un prestigiatore, passò poi la lastra in mezzo a vapori di mercurio riscaldato, ed infine si occupò del fissaggio dell’immagine finale. Per questa ultima, ma determinante, procedura serviva una soluzione molto nota nelle case nobiliari e dinastie imperiali di mezza Europa; una sostanza conosciuta come antidoto in caso di avvelenamento da cianuro, il tiosolfato di sodio, che adesso serviva solo per togliere gli ultimi residui di ioduro d’argento che rendevano troppo bianca l’immagine.

Il risultato finale di questo ampolloso, ma rivoluzionario procedimento chimico fu un piccolo bozzetto che, se osservato ad una certa angolazione, riproduceva fedelmente e senza il minimo errore quel cesto di fogli di vite secca dove erano state adagiate tre mele, una pera ed un melograno sbocconcellato. Gli astanti fecero la fila, uno dietro l’altro, per strabuzzare gli occhi di fronte a quel piccolo portento di mistero, scienza e magia. Era tutto uno sperticarsi in  complimenti e stupore.

Ma il dagherrotipo aveva ancora troppe controindicazioni per essere una buona invenzione. Era difficile da realizzare e le immagini duravano troppo poco, e per questo andava racchiuso immediatamente sotto vetro, sperando servisse a farle durare di più. Era un prodotto così fragile, che non si poteva cercare di riprodurre l’immagine senza la certezza di sciuparla a sua volta. Insomma, era un’ottima idea, ma possedeva ancora troppi limiti. La scienza non poteva ignorarli, ed infatti di lì a poco li superò. Ma questo, il giovane Tressoldi, non poteva saperlo e, difatti, non ne tenne conto.

Artemide uscì dal Museo di fisica e storia naturale ed iniziò a fantasticare su quel magnifico prodigio, prefigurando un cambiamento epocale per le scienze, per gli uomini e soprattutto per le sue tasche vuote, se solo fosse riuscito a portarne un prototipo in Italia.

Egli continuò a lavorare per qualche anno nelle botteghe di mezza Firenze, privandosi di tutto ciò che facevano i ragazzi della sua età, fino a quando riuscì ad aprire, grazie a prestiti e strozzinaggi vari, la sua bottega:

“Il maestro del dagherrotipo!

Stupefacenti stampe veritiere a prezzi popolari!”

Aveva rimediato tutto l’occorrente per quello che gli serviva, grandi quantità di lastre di rame ed argento, solventi, alambicchi. Persino delle piccole teche di vetro con la base di legno di faggio minuziosamente intarsiato, dove avrebbe riposto il dagherrotipo appena stampato per i suoi futuri, numerosissimi, clienti. Avrebbe fatto ritratti e bozzetti per tutte le tasche, regalato il sogno dell’immortalità non soltanto ad una ristretta cerchia di scienziati, ma al popolo tutto.

Purtroppo la sua amata scienza nel frattempo aveva già inventato i negativi su carta. Più pratici, economici e semplici da usare. Grazie al collodio umido, entro poco tempo si sarebbe potuto persino riprodurre le fotografie su grande formato, replicabili in un numero illimitato di copie.

Il mondo in quegli anni stava andando avanti alla velocità della luce. Una fulminea rivoluzione industriale stava portando l’Europa ad una nuova età dell’oro. Catene di montaggio, meccanizzazione del lavoro, progressi scientifici in tutti i campi, chimica e fisica al servizio del progresso. Un vortice che avrebbe lasciato sbigottiti i nostalgici ed ispirava i romantici del bel tempo che fu.

Tradotto per l’economia di questa piccola storia: la sua insegna colorata e colma d’ottimismo venne staccata da sopra l’uscio dopo pochi mesi. L’arte della dagherrotipia rimase avvolta nel suo alone di mistero e romanticismo e finì presto. Fu un unico lampo nel buio, una prodigiosa intuizione presto dimenticata per far largo a tecnologie più pratiche e sofisticate. Il destino infame di chi si muove sulla cima dell’avanguardia.

Artemide Tressoldi, completamente sommerso dai debiti e perseguitato da certi tremendi usurai senesi, dovette tornare a prestare servizio al suo vecchio padrone, il sempre più facoltoso Luigi Bardi, che nel frattempo si era ricreduto sulla fotografia. A pensarci bene,  si era convinto il Bardi, non era così diabolica e rozza come poteva sembrare a prima vista, ed anzi possedeva delle qualità molto apprezzate nel mondo d’oggi: era leggera, veloce, e soprattutto molto redditizia. Un vero affare se colto al momento giusto.

Già, il momento giusto. Ma come si fa a campare se nessuno ha pazienza di aspettare il momento giusto?

«Basta! Me ne vado è deciso! Siete una manica di manigoldi, ignoranti e screanzati! Caproni e pecore! Altro che musicisti!», urlò il povero Gilberto, mettendoli tutti a tacere.

Il silenzio durò tre lunghissimi secondi, prima che Ottavia si rimettesse a frignare senza tregua. «Su piccina, però… ma no, non ce l’avevo con te», si girò Gilberto alla piccola, che dagli strilli pareva l’avessero infilzata con un forcone rovente.

Se mai si fossero fermati un secondo, ripresero a far chiasso. Persino i frati s’erano accucciati dietro alle finestre a spiare la gran baldoria. Quel frastuono disturbava le preghiere e qualche prezioso pisolino. Provarono tanta compassione per il signore con il marchingegno fotografico che si agitava in mezzo ai musicanti, e si chiesero, ma così, per pura curiosità, se le condutture per gettare l’olio bollente fuori dal convento – peccaminoso marchingegno di epoca remota e medievale – funzionassero ancora o fossero ostruite dal guano dei piccioni.

Servì tutta la pazienza ed il carisma dell’unico dottore del paese, Gaetano Sforza, di lontano parentado napoletano, sassofonista afono ma preciso, che si alzò da sedere e tirò uno scappellotto preciso sul capo di Ramino, il figlio di “Settepolli”, il macellaio. Pessimo flautista Ramino, ma gran bevitore e generoso nella mescita. Il dottore iniziò a battere le mani come sapeva far lui, qualche manata nel capo della gente, tanto che li calmò quei venti secondi che gli bastarono per farsi ascoltare. Finalmente qualcuno spiegò loro del perché erano lì. Un’idea geniale che non era venuta in mente a nessuno.

«Allora gente bella, su che è facile. Vedete il maestro Tressoldi con quella macchinetta lì? Dobbiamo stare fermi cinque minuti che ci fa una bella fotografia, e la appendiamo alla sala di musica. Zitti e fermi per l’amor di Dio. Chi c’ha i denti messi bene faccia un bel sorriso, gli altri… basta stare fermi e guardare dentro a quell’occhio nero», disse indicando lo strumento fotografico.

Tressoldi si infilò di nuovo sotto il mantello, dietro la macchina fotografica, riprese a maneggiare gli obiettivi e rimise a fuoco quelle facce allegre di contadini, fabbri, calzolai, garzoni e scansafatiche, farmacisti e vecchi ubriaconi, matti e giovani innamorati, buoni e ‘gnoranti. Avevano delle facce intimorite, assorte, divertite, in fin dei conti innocenti. Il più cattivo avrà rubato una coppia d’uova al podere del vicino. Male che andava si tradiva la moglie con le donnine del casino, ma giusto per carnevale che tutto quello che si fa, si sa, non vale. Gente senza glorie e senza grandi peccati, al massimo da purgatorio. 

Stanco di aspettare il momento perfetto, che tanto nella vita e nell’arte non viene mai, Gilberto Tressoldi, figlio di Arago e nipote di Artemide, si decise a tirare la corda. Il marchingegno fece uno sbuffo di fumo bianco. La piccola Ottavia, che nel frattempo si era calmata, tirò un altro bercio e si rimise a frignare.

La foto alla fine era stata fatta, fu l’ultima giornata insieme prima che la guerra li sparigliasse tutti, da un paio di mesi era giunta l’ora delle decisioni irrevocabili: mezzi di loro non tornarono vivi.    

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